Se il liceo non è più classico

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Cambiano i ragazzi, ma non i ritornelli. Come «giro-girotondo» o «la bella lavanderina» anche l’adagio che accompagna il liceo classico è sempre quello: ti apre la mente, ti insegna a ragionare, ti dà le basi.

«E ti rompe le palle dalla mattina alla sera» aggiunge il protagonista del libro «Bianca come il latte, rossa come il sangue» di Alessandro D’Avenia scrittore e appassionato professore di liceo a Milano.

I ragazzi, però, cambiano e come dimostrano i dati delle nuove iscrizioni a quel ritornello non ci credono più neanche tanto. Forse credono di più alla rottura. In Lombardia il prossimo anno gli iscritti al Classico saranno solo 3.300. Pochi rispetto allo Scientifico dove si sono iscritti 17.500 studenti. Ma il Classico è il fanalino di coda. Linguistico, Scienze umane e Artistico hanno registrato più iscrizioni. Perché il Classico perde «pezzi»? Che cos’ha – se davvero ce l’ha – in più? E se ce l’ha perché lo vedono sempre in meno? Esiste un valore del classico che la nostra società non riconosce o stenta a riconoscere?

«I ragazzi fanno i ragazzi. Chi glielo fa fare a 13 anni di scegliere una scuola dove si deve studiare da zero latino e greco? Ci deve essere qualcuno che faccia vedere che ne vale la pena e quel qualcuno devono essere i professori». Parola di prof. Un esempio. In 5 anni di Classico non si riesce a leggere tutta l’Odissea. D’Avenia ha fatto due conti. Richiede 12 ore. Lui le ha spese tutte, con le sue classi di Classico ma anche di Scientifico. Lettura integrale, ventiquattro libri. Risultato? «All’inizio si annoiano, poi si appassionano e non potrebbe essere altrimenti. I ragazzi hanno fame di significati. È che noi per primi non crediamo più che i classici siano un’avventura meravigliosa. Ci sono professori che non fanno i Promessi Sposi perché sostengono che ai ragazzi non piacciono». I ragazzi invece «sono disposti a leggere i mattoni, è che ci vuole una scuola diversa «più adatta al loro modo di apprendere. Non sopportano più di fare nulla che sia dettato solo dal dovere».

L’autorità fine a se stessa sui banchi di scuola non funziona più. Non fa scattare i cervelli. Ci vuole passione. «I ragazzi non hanno smesso di cercare ma bisogna dare loro cose sensate, far capire perché vale la pena studiare… ad esempio Ulisse, la sua storia, è un’avventura meravigliosa proprio per chi si affaccia alla vita, in linea con quello che cercano proprio i ragazzi a quell’età».

C’è un libro «Non per profitto» di Marta Nussbaum che lo scrittore consiglia a professori e ministri in cui si spiega perché la democrazia oggi ha bisogno di studi umanistici. «Ci stiamo illudendo che insegnare la tecnica sia sufficiente a dare un significato alle cose. I ragazzi sono perfettamente capaci di usare gli strumenti ma non sanno cosa farsene. La stessa visione viene applicata anche alla vita come strumento di produzione di qualcosa», ma poi non si è capito davvero in fondo cosa farsene spesso di questa vita. Gli studi umanistici secondo lui vanno potenziati. A partire dalle medie. Per D’Avenia il latino dovrebbe essere inserito fin dalla prima media. «Lo studiavano 50 anni fa, gli studenti di oggi non sono diventati più scemi, siamo noi che abbiamo abbassato il tiro».

La sua scuola ideale è fatta di 6 anni di elementari, 3 di medie (col latino) e poi il triennio finale distinto e flessibile. In cui si può scegliere di studiare anche il greco, per chi vuole fare il classico. «Ci sono studi che dimostrano che non esiste nulla come lo studio della lingua greca per attivare insieme tante aree del cervello. Allena le sinapsi a connettersi più velocemente, è una grande palestra di problem-solving, e questo è solo il gradino più basso. ciò che importa è lo sguardo profondo sulla realtà, il non dare per scontato nulla, il desiderio di andare oltre la superficie delle cose. Andare a caccia dell’essere, delle cose e proprio. Quello che la gente desidera è quello che gli fai vedere: facciamo innamorare i ragazzi delle storie, dei miti, del mondo antico».

Così i giovani torneranno a essere più classici.

 

Articolo tratto da Il Giornale

 

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