Se la buona scuola è una cattiva maestra

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Come cambia la scuola? Varrá ancora il motto di Tancredi protagonista del Gattopardo che è necessario che tutto cambi, affinché tutto rimanga com’è?

Chi scrive ha a che fare con il mondo della scuola praticamente da sempre. Come figlia e nipote di mamma e nonna insegnanti, ho conosciuto anche quello strano mondo di chi lavora dietro la cattedra, oltre quello giá parecchio triste di studentessa.

In questi giorni, a seguito della manovra riformista del governo, il mondo della scuola è sorto da un lungo letargo per manifestare il totale dissenso sul decreto legge in discussione in Parlamento. L’80% del comparto scuola ha aderito ad uno degli scioperi che si appresta ad entrare nella storia per i numeri dei manifestanti e degli aderenti.
Ma cos’è questa riforma de #labuonascuola? Cosa propone?
Per poter discutere nel merito è necessario andare a leggere il documento di presentazione della riforma (un malloppo di oltre 130 pagine) e poi tenere presente il testo della legge.

Non possiamo certo dire che non si tratti di un cambiamento epocale, anche se occorre vedere quanto volga in positivo o in negativo.
È inutile fare un mero elenco dei provvedimenti che il Governo Renzi vuole mettere in atto, e sarebbe più interessante analizzare con sano occhio critico il quadro che potrebbe andarsi a delineare.
Se tra i buoni propositi vi è quello di annullare il precariato ed assumere per mezzo di concorso pubblico, premiando il merito, bisogna però dire che nel provvedimento non è spiegato in alcun modo cosa sia questo merito, come si calcola, come si valuta. Altri buchi legislativi riguardano l’attuazione del nuovo metodo di assunzione (per chiamata diretta) ed il modo in cui al dirigente scolastico vengono delegati tutti i poteri, dalla gestione dei fondi al piano didattico.

In tutto questo, chi viene profondamente mortificato?
Sicuramente l’insegnante. Costretto, fino ad oggi, ad una lunga gavetta, fatta di supplenze di poche ore, poi di lunghi anni d’attesa in una graduatoria che non si sblocca, poi finalmente il posto, un misero stipendio e tanto lavoro da svolgere.
Lo vedo con i miei occhi. Se davvero un insegnante, un docente, è colui a cui viene affidato l’arduo compito di preparare le generazioni future, come possiamo incentivarlo ad operare con professionalità, con coraggio e con passione se il suo stipendio è inadeguato allo sforzo quotidiano? Perchè, al di là dei soliti cliché pregiudiziali, un vero e bravo insegnate torna a casa e prepara il lavoro per l’indomani, così come lo studente svolge i compiti. Gli insegnanti non hanno tre mesi di ferie, ma possono percepire soltanto quindici giorni annui nei periodi in cui la scuola è chiusa. Gli insegnati devono sbrigare una mole infinita di carte, partecipare a riunioni pomeridiane, correggere i compiti, avere a che fare con le famiglie di oggi, troppo prese dal protezionismo diseducativo che dall’interesse della crescita umana dei propri figli, e poi ci sono loro gli studenti, la materia da plasmare con tutto quello che questo comporta.
Perché, dunque, non partire da questo? Dall’incentivazione del ruolo del docente? Perché parlare di poteri e non di possibilità?

Poi vengono mortificati gli studenti. Costretti a dover stare in classe con altri trenta coetanei (sì, si tratta di numeri altissimi, che non permettono una didattica pienamente fruttuosa), e a dover apprendere pezzi e brandelli di sapere, cosa che lo scrittore Sciascia, in qualitá di maestro, condannava fortemente perché in questo modo non si produce cultura, ma sottocultura controllata dallo Stato.
Senza tralasciare le gravi condizioni in cui versano le infrastrutture scolastiche. Mi domando: a cosa serve la digitalizzazione, il registro elettronico, gli e-book, i tablet, se poi crollano i tetti delle aule? Lo Stato, in questo caso, dov’è?

La verità è che non si punta mai alla formazione, ma al risparmio. Questo modo di pensare la scuola, sempre al ribasso, sempre tagliando i fondi, ha generato una classe di dipendenti sottopagati, di infrastrutture indecenti e di una popolazione giovanile che secondo i dati più recenti abbandona presto gli studi. Perché proporre una riforma che deforma ulteriormente il sistema scolastico, piuttosto che fare qualche piccolo, ma considerevole passo verso un cambiamento vero? Perché non basta ridurre la scuola ad un’azienda con manager e team, non basta istituire un albo per risolvere il problema del precariato. Investiamo in cultura, sulla ricchezza del nostro patrimonio artistico, sulla bellezza delle nostre opere d’arte, sul talento, sul sapere appreso attivamente. La vera riforma si deve fare in classe, permettendo che le ore siano adeguate alle materie, che il numero di studenti permetta che ogni individuo venga accompagnato nel percorso di crescita e formazione. Forse ha ragione Alessandro D’Avenia quando afferma che l’unica riforma che basterebbe a ridare dignità alla scuola sarebbe quella di lasciare le porte aperte.

Valentina Ragaglia

Classe '91. Dottoressa in lettere moderne. Scrivo su diversi siti e portali online di informazione occupandomi di politica, cultura, attualità. Amo la mia terra, la Sicilia, perfetta sintesi poetica di assonanze ed ossimori. Adoro i gatti, il gelato, acquistare e leggere libri. Il mio motto è: «La bellezza nasce dai limiti, sempre.»