Se la memoria diventa un optional

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Poco meno di due millenni e mezzo fa, Platone si trovava a guardare con sospetto la diffusione dei libri: riconosceva la loro utilità, ma al contempo nutriva il fondato timore che questi portassero gradualmente l’uomo a far meno uso della memoria. Fino ad allora,infatti, il canale preferenziale per la diffusione della cultura era stato quello orale: storie semplici, lineari, tramandate a voce da padre in figlio, da nonno a nipote, accoccolandosi dipresso al fuoco nelle calde sere invernali, o sotto le stelle fulgenti durante le tiepide nottate estive. 

Nonostante ciò, i libri presero sempre più piede, concedendo a poeti e scrittori, che adesso potevano contare sul supporto del testo scritto, di imbarcarsi in opere di alta complessità narrativa. Ma occorreranno molti anni, secoli, affinché la diffusione libraria potesse raggiungere la duttilità e la vastità d’oggigiorno. I libri, sì certamente, c’erano: ma non erano a disposizione di tutti; e ancor di più, quei pochi privilegiati cui era concesso di accostarsi ai rari manoscritti delle biblioteche, potevano consultarli, leggerli, senza sottolineare o appuntare ai lati; ma una volta completata la lettura, non gli era consentito portarsi dietro la pergamena o il rotolo consultato. Rimaneva unicamente a disposizione il “libro” della loro memoria: quei dati ben impressi nella loro testa.

Oggi, chiunque ha la possibilità di reperire con velocità sconcertante, e dovunque si trovi, ogni informazione di cui necessita. Un piccolo telefono agilmente trasportabile su un palmo può fornire una mole di dati infinitamente superiore a quella racchiusa nelle più grandi biblioteche del passato. Una persona inesperta in materia può ottenere dati su ogni branca del sapere, fosse anche per sola curiosità. Internet si presenta come una illimitata dispensa di nozioni di facile e veloce reperibilità (sebbene su questo campo si potrebbe ragionare su quale sia la qualità di queste informazioni: dal momento che nel mondo del web manca completamente la selezione dei dati).

Certo, se il buon Platone si dimostrava già poco propenso all’eventualità che fossero diffuse alcune – pochissime! – copie scritte, figuriamoci quale sarebbe stata la sua reazione davanti ai moderni mezzi tecnologici. Chissà in che modo i grandi sapienti del passato avrebbero fatto uso delle nuove tecnologie? Credo che gli studenti liceali stiano tremando al solo pensiero di quanto avrebbero potuto scrivere due già proliferi autori quali Platone e Cicerone, se solo avessero avuto a disposizione un personal computer. Una quantità di scritti impensabile!

Eppure, il problema della memoria sembra abbastanza attuale. Forse, ci affidiamo troppo alle pressoché infinite possibilità di reperire informazioni e, di conseguenza, pensiamo sempre meno a fissarle nella nostra mente. Riponiamo fiducia nel fatto di poter riottenere in ogni momento il dato di cui abbiamo bisogno, per cui non ci sforziamo più di tanto a farlo nostro attraverso un faticoso lavoro intellettuale; deleghiamo parte della nostra memoria ai libri, o a dei computer, ma resta un dovere: quello di cercare di fare il più possibile coi propri strumenti.
Fino a qualche anno fa era consuetudine nelle scuole far mandar giù a memoria intere poesie della nostra letteratura; un’usanza che forse oggi viene vista con sempre più sconcerto, sebbene in passato – in un lontano passato – fosse  fondamentale nel processo educativo l’insegnamento di tecniche mnemoniche. Ormai poche mamme, nel rimboccare le coperte ai propri piccoli, cantano una filastrocca, o raccontano una storiella – tutte vestigia di un’ormai persa cultura dell’oralità: si preferisce mettere su un video preso da youtube, e “buona notte…” (anche se fortunatamente esiste più di una consolante eccezione a tal proposito).

Insomma, tra gli innumerevoli benefici derivanti dalle nuove tecnologie si annida un germe pericoloso, che rischia di degenerare: magari, non sappiamo, privando gradualmente le nuove generazione della facoltà di apprendere. Ma non siamo in grado di prevedere simili conseguenze, e probabilmente la prospettiva appena proposta è fin troppo catastrofica. Non c’è da allarmarsi: abusus non tollit usum! Sarà sufficiente raccontare qualche storiella in più ai piccoli, o imparare a memoria qualche poesia, sebbene appaia inutile, sforzandoci di fare nostri i dati che raccogliamo: ben convinti che l’unico libro, l’unico tablet che potremo portarci sempre appresso è quello che risiede dentro la nostra testa: il “libro” della nostra memoria.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.