Se la morte è un’occasione per vivere

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Jack ha diciotto anni e sta per morire, ma il suo discorso di fine anno è una testimonianza di vita.

Jack ha diciotto anni, a causa di un tumore incurabile non potrà diplomarsi insieme ai suoi compagni per i quali aveva preparato il discorso di ringraziamento da fare a fine anno.
Eppure per il giovane studente australiano non si tratta di un evento drammatico, non si tratta di essere sfortunati, beffati dal destino, si tratta piuttosto di un’occasione per assaggiare a pieno il sapore della vita. Jack ha detto che non ha senso discutere del futuro, ma che bisogna pensare al presente, a ciò che la vita giorno per giorno offre. I sogni sono veri se riflettono un orizzonte visibile, palpabile, reale. Microambizioni. Così le ha chiamate Jack.

Ed è proprio nella morte, o meglio, nel sapere di dover morire che viene fuori quella capacità di comprendere le piccole gioie quotidiane, è nel sapere che il tempo ha un limite che si apprezza la vita. Per intero.

Bisogna chiederselo: in un mondo affetto dalla ricerca spasmodica dell’effimero, in una società liquida come la nostra, ha ancora senso parlare di vita e di morte?
Steve Jobs nel famoso discorso tenuto a Stanford per i neolaureati ha detto:«La morte è la destinazione che condividiamo. La morte, con ogni probabilità è la più grande invenzione della Vita.»
Allora la morte può essere davvero un modo per rendere preziosa la nostra esistenza.

Questo mondo con le sue distrazioni, con i suoi ricatti, con i suoi compromessi al ribasso, in cui a rimetterci sono le aspirazioni genuine e profonde dell’animo umano, spesso soffocate dagli egoismi, dalla superficialità e dalla sicurezza infondata che la morte sia un problema da rimandare, da accantonare, comincia ad apparire chiaramente con le sue incongruenze ed incoerenze, lasciando il posto all’essenziale.
Ha ragione Jobs quando afferma che la vita si impara dalla morte, perché è nel momento in cui bisogna fare i conti con qualcosa di definitivo che riguarda tutti gli uomini che si apprende ciò che ha valore per ciascuno di noi. A maggior ragione se la morte si prepara la strada attraverso la malattia, incidenza che accomuna il genio di Apple al fragile ragazzo del college australiano. La malattia, la condizione che viene per antonomasia associata alla debolezza ed alla fragilità, in realtà è fonte di forza, coraggio e di una consapevolezza del proprio vissuto che, come dice Jack, deve permetterci di essere grati e di lavorare con costanza per gli obiettivi a breve termine, cioè quelli che possiamo realizzare.
Del resto, lui stesso l’ha detto ai suoi compagni, ma vale per ciascuno di noi: «Nessuno può sapere come andrà a finire».

Valentina Ragaglia

Classe '91. Dottoressa in lettere moderne. Scrivo su diversi siti e portali online di informazione occupandomi di politica, cultura, attualità. Amo la mia terra, la Sicilia, perfetta sintesi poetica di assonanze ed ossimori. Adoro i gatti, il gelato, acquistare e leggere libri. Il mio motto è: «La bellezza nasce dai limiti, sempre.»