Se prostituzione è sinonimo di lavoro

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Il tema di cui vogliamo occuparci oggi è tra i più spinosi e delicati di sempre: la legalizzazione della prostituzione.

Il dibattito odierno si è spesso concentrato sul problema della sicurezza e della tutela delle prostitute, esposte più di ogni altro a malattie, discriminazioni e violenze. A questo proposito ha fatto discutere la decisione di Amnesty International, il più celebre movimento per la difesa dei diritti umani, di sostenere apertamente la legalizzazione della prostituzione. La responsabile di Amnesty International per le questioni legislative e politiche, Tawanda Mutasah, si è così espressa:

«I lavoratori del sesso sono esposti a violazioni dei diritti umani come lo stupro, la violenza, l’estorsione e la discriminazione. I governi devono proteggere meglio queste persone dalle violazioni e dagli abusi.»

C’è la convinzione, fondata oserei dire, che regolamentare questa attività possa garantire alle prostitute maggiori tutele: diritto all’abitazione, assistenza sanitaria e legale, diritto ad una pensione, solo per citare le più importanti. Questa posizione è già stata sperimentata in Olanda e Germania, dove la prostituzione è un’attività lecita e liberamente esercitabile. Per questo motivo è stato coniato il termine sex workers, trasformando la prostituzione in un lavoro a tutti gli effetti. Eppure in questo modo il vero problema è finito in secondo piano: la prostituzione può essere considerata un lavoro, sebbene violi la libertà e i diritti della persona? Non è contraddittorio che proprio chi si pone come paladino dei diritti umani si batta allo stesso tempo per la regolamentazione di questa attività? Ma soprattutto perché oggi non si cerca più di eliminare la prostituzione ma semplicemente di ridurne i danni?

Partiamo da una semplice considerazione: depenalizzare la prostituzione di certo non aiuterà a debellarla. Lo dimostra il fatto che né in Olanda né in Germania il numero dei clienti sia diminuito dopo la legalizzazione. Sfatiamo un altro mito: la presunta ‘volontà’ delle donne che si prostituiscono. Secondo i dati Caritas il 90% delle prostitute dipende da un protettore, 30 mila solo in Italia sono vittime di sfruttamento. Per non parlare dello stretto legame tra immigrazione e adescamento: nel nostro paese l’85% delle prostitute proviene da Moldavia, Ucraina, Romania e Nigeria. Spesso queste povere donne raggiungono l’Italia attraverso vere e proprie ‘tratte’ del sesso, che tanto ricordano quelle degli schiavi. Il ‘mestiere più antico del mondo’, come amiamo chiamarlo, è in realtà sempre stato un’attività per schiavi. Eppure, qualcuno potrebbe obiettare, per alcune donne – a mio parere una netta minoranza – si tratta di una scelta volontaria. Alla domanda ‘perché si sceglie di fare la prostituta?’, Rita Cove, fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, risponde così:

«Io, non avendo un grande titolo di studio, non avevo molte occasioni di lavoro. Ho fatto la cameriera, la parrucchiera. Tutti lavori che mi piacevano molto. Ma rispetto all’impegno che richiedevano, il guadagno era molto modesto. Per il lavoro sessuale, il corrispettivo in denaro invece non aveva paragoni.»

Parole come queste dimostrano il fallimento totale della nostra società. Come è possibile che una donna possa arrivare a concepire di vendere se stessa pur di assicurarsi un compenso e dunque una vita migliore? La prostituzione può essere vinta non se trasformata in lavoro, ma offrendo alle donne più possibilità di realizzare pienamente se stesse e le proprie ambizioni.

È giusto a questo punto porsi una domanda: c’è da parte nostra la volontà di eliminare la prostituzione? Non si tratta di un ideale, di un’utopia irraggiungibile, si tratta della quotidiana lotta per i diritti umani e per la parità di genere. Soltanto 70 anni fa le donne non avevano nemmeno il diritto di voto: molte conquiste ritenute utopiche e impossibili si sono realizzate da allora. Nel 2016 la prostituzione non dovrebbe essere semplicemente proibita, non dovrebbe essere nemmeno pensabile. Al pari della schiavitù, la compravendita del corpo umano è e rimarrà sempre il più aberrante dei crimini. Finché continueremo a ritenere possibile l’acquisto di prestazioni sessuali, non ci sarà parità di genere, né tanto meno parità di diritti. Perché? Perché della donna si continuerà a vedere solo il corpo, un mero strumento dell’egoismo maschile. Citando le parole dell’eurodeputata inglese Mary Honeyball:

«Se vogliamo vivere in un’Europa dove le donne hanno eguali diritti, dobbiamo lavorare per eliminare la prostituzione e creare una cultura in cui non sia permesso o accettabile acquistare il corpo di qualcun altro.»

Il problema semmai è come sradicare anche l’idea della prostituzione dalla mente umana. Concordo con chi denuncia il modello proibizionista, applicato in Francia e nei paesi nordici: pur garantendo una lieve diminuzione del fenomeno, punendo severamente prostitute e clienti, ha relegato questa attività nella clandestinità, favorendo l’intromissione di organizzazioni criminali. La sfida della contemporaneità non si gioca tanto sulla protezione o sulla proibizione, quanto sull’educazione: la prostituzione si combatte con la cultura, con una rivoluzione etica e morale che ponga finalmente uomo e donna sullo stesso piano. Concludo con le parole di Rae, una ex prostituta:

«Svolgere un’attività sessuale spinti dalla disperazione non è una scelta. Utilizzare una povera donna per la soddisfazione intima, consapevoli che si presta solo perché ha bisogno di soldi, non è un atto neutrale.»

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.