Se questa è l’informazione

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«Kipling era razzista.» Gli studenti cancellano il murale di Kipling – Una notizia a metà

Rimango sempre infastidito quando sono vittima della cattiva informazione. Spesso provo persino un senso di vergogna: come è possibile cadere in questa trappola, pur ritenendomi persona abbastanza informata? È capitato anche di recente, nello specifico leggendo la notizia della “censura” della poesia “If” di Kipling sul Corriere della Sera.

La notizia: «Kipling era razzista.» Gli studenti cancellano il murale di Kipling

Facciamo qualche passo indietro.

È il 20 luglio, una mia amica mi scrive domandandomi se avessi letto l’edizione del Corriere del giorno precedente. La risposta è negativa. Mi invita a riprendere il quotidiano e ad andare a leggere la notizia su Kipling, o meglio su quanto accaduto presso l’Università di Manchester.
Interessato scendo in taverna e vado alla ricerca della pila di giornali che lì appassiscono. Una volta trovato inizio a sfogliarlo, placidamente, perché la velocità non è di casa con me. Arrivo alla pagina segnalata e mi imbatto in un titolo che dice tutto e niente, leggendolo a posteriori: “«Kipling era un razzista.» E gli studenti cancellano il murale di Kipling.” Scorro velocemente il testo, arrabbiato e indignato. Com’è possibile che degli studenti universitari giungano a prendersela con una poesia scritta da un autore ritenuto razzista ma che non contiene alcun contenuto discriminatorio? Non riesco a capacitarmi né a comprendere l’atto degli studenti, miei colleghi e coetanei. Con la mia amica la spada della critica è pronta a colpire. E agisce. Si muove. Sferra colpi a destra e a manca. Una volta sfogato, la spada è pronta per essere riposta nel fodero. Ciò non avviene. La appoggio sulla scrivania, potrebbe tornare utile nuovamente. Magari durante la scrittura di un pensiero al riguardo.

Passano i giorni, inizio a buttare giù qualche periodo. Al fianco del mio portatile si trova l’articolo estrapolato dal Corriere, nonché l’intervista fatta a un docente italiano che attualmente insegna a Oxford. Lentamente l’articolo prende forma: i periodi aumentano e tra di loro formano una rete che sembra coerente. Non è ancora pronto, manca qualcosa: le parole degli studenti. Non voglio credere che questi giovani si siano limitati alle quattro espressioni riportate sul giornale. Mi appare impossibile.
Cerco la notizia su Google. Come immaginavo, tutti i maggiori quotidiani ne hanno parlato. Decido di aprirne un paio, così da confrontare le informazioni sull’evento. La speranza è duplice: da una parte l’augurio di non trovare alcunché di importante così da evitare di buttare il mio pezzo d’opinione nel cestino, dall’altro quello di essere ampiamente smentito. Alla fine, è il mio articolo a pagarne le conseguenze: subito distrutto per non lasciare prove.

Notizie parziali e fake news.

È a questo punto della storia (che vede una persona ritenuta abbastanza informata essere caduta vittima dell’informazione d’oggi) che sorgono svariati interrogativi sul giornalismo e sulla maniera di fare giornalismo. Possiamo leggere una riflessione di Sveva Vitale a tal proposito nell’articolo “Una stampa che non informa”. Come può un quotidiano autorevole e con un alto numero di lettori come il Corriere omettere elementi che possono essere definiti fondamentali per la comprensione della vicenda? Come si può essere vaghi nel fornire la notizia? Ma soprattutto, una notizia parziale, può essere avvicinata al mondo della fake news? Il limite è labile, vago. Il terreno molto insidioso. E oggi più che mai una testata giornalistica seria non dovrebbe lasciare spazio a una vaghezza inutile.

Le omissioni nell’articolo

Innanzitutto gli studenti. Chi sono? Sul Corriere non viene detto alcunché. Si parla in astratto. In realtà si tratta di studenti appartenenti all’organizzazione Students’ Union. Wikipedia scrive “La Students’ Union è un tipo di organizzazione studentesca diffusa in molte università, soprattutto americane e inglesi, il cui obiettivo principale è la socializzazione tra studenti all’interno dello stesso campus, attraverso numerose attività sportive, culturali, ecc.”. Già questo fornisce un dettaglio per comprendere il contesto.

Le ragioni. Certo, Kipling era razzista, rappresentante di valori che si contrappongono a quelli della Students’ Union di Manchester, tuttavia le motivazioni non si limitano a ciò. Dalle parole che si leggono sul profilo Facebook di una delle rappresentanti della Students’ Union si intuisce che l’atto è da inquadrare nell’ottica di un vero e proprio “scontro” con l’università, la quale, a detta della studentessa, sarebbe rea di non essersi confrontata con l’associazione studentesca.

L’edificio. Farebbe parte della motivazioni, ciò nondimeno credo meriti uno spazio a sé stante. La poesia di Kipling non è stata dipinta all’interno di una comune struttura universitaria, bensì in un edificio dedicato all’attivista anti-Apartheid Steve Biko. Insomma, un elemento secondario ai fini del racconto. Ultimo dettaglio: la scelta della poesia “If” di Kipling si inseriva in un lavoro di ristrutturazione dell’edificio. Ecco, forse quest’ultimo poteva essere tralasciato. Gli altri punti, no.

Commento finale

Da parte mia non c’è nessun interesse a giustificare o a criticare l’atto dell’organizzazione studentesca. Non è questo lo scopo dell’articolo. Il mio intento è quello di criticare, partendo da un esempio concreto, un modo di fare giornalismo che ha portato, nel tempo, il lettore a perdere fiducia nel mondo dell’informazione tradizionale. Su quest’ultimo punto: a dirlo non sono io, bensì gli ospiti dell’incontro sul giornalismo che hanno parlato durante la manifestazione ParoleOstili. In quella sede, a dire il vero, sono stati i commenti sono stati ben più duri, le critiche ben più nette.

 

 

Articolo di Alessandro Lutman

Cogitoetvolo

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