Se questa è satira

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Cosa volevi dirci, Charlie? Sei dalla nostra parte e denunci i nostri governi o stai solo follemente ridendo di noi?

Charlie Hebdo era il ragazzo più strano del quartiere Europa, per questo era generalmente consigliato di evitarlo. Vestiva in modo eccentrico e bizzarro e aveva la squallida mania di tirar fuori certe frecciatine caustiche che facevano inorridire chiunque avesse la coda di paglia. Un giorno gli hanno persino sparato per questo: erano venuti a casa sua e l’avevano lasciato morente e indifeso. Noi eravamo corsi da lui e da allora avevamo stabilito un silenzioso patto amicale. Sulla porta della nostra villetta Italia avevamo saldato il cartello “Je suis Charlie”. Charlie anche noi, nel bene e nel male.

Poi è stata casa nostra a crollare. Non che ci aspettassimo l’esatto ricambio dei favori passati, ma neanche che Charlie mostrasse il suo volto più scuro. Alla nostra porta fracassata aveva appeso un disegno crudele che ci ritraeva come ammassi di cibo coperti del sugo più orrendo, il sangue.

Aveva forse ragione il quartiere Europa quando ci diceva di stargli lontano?

Il peggiore peccato di Charlie Hebdo è stato quello di lasciare i suoi lettori italiani in uno stadio intermedio, a penzoloni su due baratri diversi. Sul primo pendono i ciecamente offesi, i gladiatori della vendetta, ampiamente giustificati dal loro dolore di terremotati o dal sentimento empatico. Sul secondo ciondolano invece coloro che s’interrogano su cosa sia la satira, e considerando troppo scontato il mero malcontento nazionalista si chiedono forse se questa vignetta non potesse o volesse significare molto di più.

Cosa volevi dirci, Charlie? Che il prodotto tipico del nostro Paese, oltre alla lasagna, è l’instabilità politica che si traduce in strutturale, cosicché le nostre case crollano? Sei dalla nostra parte e denunci i nostri governi o stai solo follemente ridendo di noi? Cosa ci stai raccontando che non sappiamo già? Che le nostre case le costruisce la mafia? La tua critica, sensata quanto vuoi, l’hai banalmente costruita sui luoghi comuni, su binomio pasta e criminalità, senza guardarci in faccia, e pretendendo che la ferita che hai aperto aprisse al contempo i nostri occhi, ma li abbiamo aperti perlopiù per lo sgomento e il ribrezzo.

Se la libertà con cui la tua matita traccia le sue linee è specchio della modernità del tuo paese, se la censura non corre a coprirti di nero, se i poteri forti non mettono lucchetti al tuo cancello, forse, Charlie, è questa la tua adolescenza vivace e feroce. La tua danza infinita tra sacro e profano dissacra e profana al contempo, sminuzzando la realtà e restituendocela come una poltiglia che non riconosciamo più. Così non abbiamo riconosciuto i nostri feriti in quelle tue penne gratinate, la nostra verità nella tua vaga approssimazione.

Non sappiamo, Charlie, se siamo noi a non aver compreso il vero senso della satira o se sei tu a non aver capito cos’è il rispetto del dolore. Resteremo, strano ragazzo, i tuoi vicini di casa.

« È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene. »
(Prima sezione penale della Corte di Cassazione, sentenza n. 9246/2006)

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell’indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l’altra frutta che tinge d’incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.