(Se un re dice al tempo) fermati un secondo!

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Qualsiasi cosa sia il tempo, non ne abbiamo a sufficienza da poterci permettere di sprecarlo.

“Ehi, Maria, ora dimmi: qual è la cosa più bella del mondo?”.

Era il 1941. Quando penso alla Sicilia di quegli anni, la immagino sempre in bianco e nero. Ma questa scena la vedo piena di colori caldi. È sera e, come ogni sera, i due fratelli parlano. La fioca luce di un’abatjour accarezza i loro volti e tinge l’atmosfera di giallo ocra, il colore dell’affetto. La risposta della piccola Maria è immediata e istintiva: “La mamma!”.

“No, Maria, non è la mamma”.

Quattro grandi occhi azzurri brillano nella stanza, due interrogativi, due scaltri.

“Allora è l’oro”.

“Non è l’oro”.

“Turi, non c’è niente di più bello della mamma e dell’oro!”.

“Invece sì, Maria. La cosa più bella e più importante del mondo è… il tempo. Perché neanche tutto l’oro del mondo può far tornare indietro l’attimo che è appena passato. Se un re dice al tempo “fermati un secondo!”, il tempo non lo ascolta e, inesorabilmente, passa”.

Sono trascorsi tanti anni da allora e la piccola Maria oggi è mia nonna. È meraviglioso notare come, nel raccontare l’episodio, conservi e trasmetta l’autentico stupore di settantaquattro anni fa. E quando infine, imitando il fratello, rivela “…è il tempo!”, i suoi occhi non guardano più me. Guardano il passato.

Rivivo la scena mentre guardo “In Time”, un film ambientato nel 2169. Qui non esiste il denaro: la merce di scambio è il tempo – un caffè, per esempio, costa quattro minuti. Quando  tutti gli anni, i giorni, i minuti di un uomo finiscono, egli muore, all’istante. Così, in un mondo in cui il tempo è la valuta corrente, i ricchi sono immortali. I poveri invece vivono alla giornata, letteralmente. Costretti a controllare continuamente il loro orologio elettronico per assicurarsi di poter sopravvivere.

Appena termina il film, proprio come quando ci si risveglia da un incubo angosciante, la prima sensazione è quella di un grande sollievo. Infonde una strana serenità la certezza che nel mondo reale il tempo prescinde dagli uomini – anche se volessero gestirlo, non potrebbero. Perché questo non è un limite. È la salvezza più grande.

L’essere inconsapevoli, incoscienti di quale sia la durata della nostra vita, è ciò che ci rende davvero liberi. Liberi di stenderci sul prato, guardare la televisione, dare una forma alle nuvole, ascoltare musica, perdere tempo.

Tutti dovremmo riscoprire la grande bellezza del perdere tempo. Perché se anche solo per un minuto smettessimo di organizzare, elaborare e catalogare, se per un minuto abbandonassimo la convinzione di essere guardiani del tempo, allora dentro quel minuto, dentro ogni singolo secondo di quei sessanta secondi, si racchiuderebbe un’intera Storia. Una Storia di piccoli, insignificanti, meravigliosi dettagli: il ritmo del nostro respiro, le strisce colorate e multiformi che vediamo a occhi chiusi, le fossette di un sorriso, i movimenti delle mani, la forza di uno sguardo… infiniti dettagli, tutti nascosti nella lunghissima pausa che compie la lancetta prima di scattare verso il secondo successivo.

Uomini, è un dannato errore scandire il tempo della nostra vita solo in giorni, mesi, anni e lasciarsi sfuggire le ore, i minuti, i secondi. Prendiamo esempio dalla farfalla, che “non conta mesi ma momenti e ha tempo a sufficienza”. Curiamo i minuti, e i giorni avranno cura di se stessi.

A questo punto mi domando cosa sia realmente il tempo. Sant’Agostino avrebbe risposto: “se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”. Allora ripenso alle parole del nonno di Nina, La Bambina della Sesta Luna: “il tempo serve ma non esiste”.

E sono sempre più confusa. Più cerco una risposta, più non la trovo.

Di una cosa, però, sono certa: qualsiasi cosa sia il tempo, non ne abbiamo a sufficienza da poterci permettere di sprecarlo.  E allora assaporiamo intensamente i nostri attimi più brevi. Tutti i nostri attimi più brevi. A partire da ora.

Perché se ci riusciamo, uomini, io vi giuro, in quel momento… noi siamo infinito.

Silvia Occhipinti

Onde. Scarpette di stoffa, rosa, consumate. Greco. Libri. Notte. Inchiostro. Queste sono le mattonelle del mio nome. Riempite a modo vostro ognuna di queste piccole parole, ma tenete sempre i vostri pensieri accanto a una diciassettenne con un pizzico di follia negli occhi, pellicine rovinate ai pollici e un paio di Superga rosse ai piedi. Forse vi sarà utile sapere che… non so trattenere i sorrisi, mi piace la musica senza parole, e sono perdutamente innamorata degli occhi che brillano.