Se una vita finisce nel bagno di casa

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In Italia abbiamo la legge 194, che permette l’aborto terapeutico e che autorizza i medici abortisti e le madri rinunciatarie a strappare, dalla parete dell’utero alla quale è fortemente ancorato, con un apposito strumento aspirante, un feto umano, vivo, già formato, a cuore battente, il 96% delle volte sano, ovvero esente da patologie, ed in fase avanzata di sviluppo; l’interruzione di gravidanza avviene in genere entro il terzo mese e mezzo, in anestesia generale, con successiva revisione uterina per accertare il completo svuotamento dell’organo dai residui della gravidanza, e l’embrione viene spedito, mischiato al resto del materiale aspirato, allo smaltimento dei materiali biologici, mentre in cartella clinica e sull’etichetta del contenitore inviato viene riportato e scritto diligentemente dai medici operatori «residuo organico di intervento chirurgico».
Così viene chiamato l’embrione eliminato, «residuo organico».

Tutti sappiamo che l’aborto è una sconfitta doppia per la donna (trauma psicologico indelebile ed indimenticabile per lei e morte per il feto), ma è importante ricordare che la legge ha salvato migliaia e migliaia di genitrici mancate che prima ricorrevano a pratiche abortive fai da te e clandestine con molti pericoli , dalle infezioni ,alle emorragie e talvolta alla morte.

La scienza e la ricerca hanno prodotto in questi anni un farmaco molto efficace, la famosa Ru486 chiamata commercialmente Mifegyne, a base di ormoni che presi in una determinata sequenza ed entro un definito periodo di gravidanza, provoca «spontaneamente» l’espulsione dell’embrione dall’utero senza il traumatico intervento chirurgico.
La polemica accesa in queste settimane tra il governo e l’Aifa (agenzia del farmaco) da una parte, e gli abortisti e i non abortisti dall’altra, tra cattolici e laici, sta nel fatto che con la famosa pillola si deve assicurare alla donne la stessa garanzia che si avrebbe con la chirurgia, e tecnicamente il farmaco discusso funziona così.

La prima compressa assunta (entro la settima settimana di gravidanza) serve a creare nell’utero un diverso equilibrio ormonale, (differente da quello gravidico), che instaura quelle condizioni assolutamente incompatibili con la vita dell’embrione, e che ne provocano con facilità la sua morte intrauterina, che avviene praticamente nello stesso giorno di assunzione del primo farmaco. La donna si accorge subito del riuscito effetto farmacologico, poiché sente scemare improvvisamente quei segni di gravidanza che sono noti a tutte le madri del mondo, ad iniziare dal turgore e piena consistenza del seno, a tutto il classico corredo connesso. Dopo tre giorni, però, bisogna assumere un secondo ormone, che è necessario per strappare l’embrione dalla parete uterina, alla quale è ancorato con radici robuste ed alla quale è ancora e rimane fortemente attaccato anche se non più vitale.(Ah, madre natura!)
Essendo infatti l’embrione morto, ma ancora incollato all’interno dell’utero, il rischio è che venga individuato e riconosciuto dal sistema immunitario come un «corpo estraneo» e che si mettano in funzione quelle difese atte all’eliminazione di quello che deve essere espulso, con rischi, per la madre, infettivi ed emorragici.
La seconda compressa viene quindi assunta a tre giorni dalla prima, anche questa è a base di ormoni, e serve a provocare forti crampi muscolari dell’utero (dolorosi), un «piccolo travaglio», in modo tale che le continue e ripetute contrazioni dell’organo femminile favoriscano il distacco forzato dell’embrione, ormai non più vitale (morto), dalla parete interna dell’utero e provocarne finalmente l’espulsione attraverso la vagina.

Ma dove viene espulso se la donna non è in ospedale od in un luogo di cura attrezzato? Generalmente viene eliminato nel water di casa.
Naturalmente l’embrione fuoriesce misto a sangue ed a varie secrezioni uterine, insieme cioè a quei materiali che fino a due giorni prima assicuravano la sua sopravvivenza ed il suo sviluppo all’interno del caldo ed umido utero materno, ma con un solo gesto, il premere il pulsante dello sciacquone del bagno, tutto scompare, tutto viene inghiottito e tutto sparisce nei rivoli e nei tubi di scarico fognario delle città.
Sotto controllo sanitario, invece, dopo l’aborto farmacologico del feto, si evita l’eliminazione del residuo biologico nel water ed il medico ha l’obbligo di controllare con una semplice ecografia l’avvenuta e completa espulsione del «corpo estraneo» in modo da poter prontamente intervenire, con una revisione chirurgica, nei pochi casi in cui la pratica abortiva fosse avvenuta in maniera incompleta.

La mia non è una provocazione, ma un invito esplicito affinché non venga banalizzato un fatto doloroso come l’aborto, affinché la donna non venga lasciata da sola ad assistere e controllare la riuscita del suo sofferto aborto, ed anche per insegnare alle future generazioni, maschili e femminili, al rispetto per l’essere umano, alla dignità dell’uomo in generale, alla sacralità della vita e della morte, per non far finire una vita fetale appena iniziata e mai sbocciata, in un tubo di scarico fecale.

Articolo tratto dal sito internet de Il Giornale

 

Cogitoetvolo