Semiotica del goal

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La voce circolava ormai da un po’ di tempo tra i linguisti e gli accademici tedeschi. Una nuova parola da aggiungere al vocabolario come sinonimo di “goal”, una parola che potesse infiammare i telecronisti di ogni nazione e che soprattutto contenesse quello strano segno, l’umlaut (o dieresi), che in Italia abbiamo perso dai tempi d’oro della metrica classica. Pare, e questo è un dato di fatto, che gli abitanti di Belo Horizonte conoscano bene questa parola: la sognano la notte, la vedono apparire sulle pareti di casa o sgattaiolare sotto il letto come Mr. Sandman. Un vero incubo.

Una parola polisemantica, capace di esprimere il movimento felino, la rapidità, l’abilità nel posizionarsi e nello sfruttare l’attimo. Una parola che manca di grazia, di dolcezza, forse anche di stile, ma che alla fine fa felici tutti, specialmente i bavaresi, che la urlano all’improvviso dentro un pub o al biergarten, mentre scolano la fatica di una settimana troppo dura.

Che si tratti di Hansi, Andreas, Gerd o Thomas, una cosa è certa: Müller significa goal, esattamente come träumen significa sognare. Il trauma del Brasile, il sogno dei tedeschi.

Uno a sette, palla al centro? Sì, ma solo tra quattro anni, Müller permettendo.

 

https://www.youtube.com/watch?v=GWjd3B2htU8

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.