Sentenza Eternit: giustizia ingiusta?

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Ci sono processi che segnano la storia di un Paese. Processi che vanno al di là delle aule di un Tribunale per arrivare fin dentro le case dei cittadini, nelle piazze, nei bar e in tutti quei luoghi di ritrovo dove, tra una notizia appresa alla tv e un’altra letta su un quotidiano, si discute su presunte ingiustizie della giustizia stessa. Si crea l’opinione pubblica, quella voce potente, talvolta pericolosa, cui si riconosce il pregio di poter diventare strumento di democraticità.

Nell’intervallo di storia che stiamo vivendo, c’è il processo Eternit. C’è la sentenza della Cassazione che ha riecheggiato per il Palazzaccio ed è entrata nelle case degli Italiani, provocando sgomento e sentimenti contrastanti. La Cassazione annulla la condanna a 18 anni del magnate svizzero Schmidheiny, ex proprietario dell’Eternit, accusato e condannato nei primi due gradi per il reato di disastro ambientale. L’annullamento deriva dalla prescrizione di tale reato, consumatosi parecchi anni addietro e perciò non più sindacabile dalla Cassazione. Contestualmente alla pronuncia l’opinione pubblica invade le piazze con proteste, i parenti delle vittime dell’amianto piangono la sete di giustizia che non è ancora una volta stata saziata. Si lamenta l’inaffidabilità del sistema di giustizia, si chiede di non arrendersi all’annullamento della condanna, si pretende che si trovi un responsabile della morte di centinaia di persone innocenti, affinché paghi.

Dal canto suo, la Cassazione puntualizza di non aver giudicato sulle singole morti, ma di essersi occupata del solo reato di disastro ambientale che, secondo la sua interpretazione, è prescritto: di amianto si muore e non è intenzione della Corte negarlo, né rinnegare la tragedia che sta dietro ognuna delle singole vittime di questa triste storia.

È una sentenza beffa? È la prova dell’inaffidabilità dei nostri giudici? Non credo. Credo sia una testimonianza. Quando una sentenza, che si preannuncia storica sin dall’instaurazione del giudizio, riesce a scuotere le coscienze del Paese con sentimenti negativi; quando la stessa sentenza provoca amarezza e sfiducia nelle istituzioni; quando i cittadini provano il desiderio di farsi giustizia da sé, perché lo Stato non li soddisfa, allora il sistema ha bisogno di essere corretto.

La prescrizione, in questo caso, sembra il monstrum: tradisce le aspettative di giustizia, getta nel dimenticatoio le pretese di chi ha subito un danno. Forse è ora di combattere contro questo monstrum , forse il senso di questa sentenza è quello di dimostrare che c’è una discrasia tra ciò che il popolo chiede e ciò che lo Stato è in grado di dare, di dimostrare che diritto e giustizia non sempre vanno nella stessa direzione.

Che sia “colpa” del nostro Legislatore, che è uomo e ha sbagliato? Che sia colpa di un Giudice?

A questo punto, queste domande sono prive di senso. È più proficuo interrogarsi sul futuro, provare ad avvicinare il diritto alla giustizia, incoraggiare la fiducia nelle istituzioni attraverso segnali di ascolto, da parte dello Stato, nei confronti delle esigenze dei suoi cittadini.

Se è vero che ci sono sentenze che fanno la storia, è compito nostro fare in modo che la prossima sentenza storica ci renda orgogliosi di essere stati parte della nostra storia.

Rossella Angirillo

Laureata in Giurisprudenza, ho sempre affrontato la vita con intraprendenza e determinazione: è difficile distogliermi da un mio obiettivo e non mi spaventano le nuove sfide. Tra codici e sentenze, nel tempo libero accontento la mia parte sognatrice: sono molto riflessiva, e mi piace affidare alla scrittura tutti i miei pensieri.