Senza coloranti, né conservanti, né… ingredienti!

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Se l’Italia fosse un barattolo avrebbe anch’essa la sua etichetta di carenze con su scritto: senza lavoro, senza futuro, senza sapienza di governo, senza voglia.

Come sanno alleggerirci il cuore, queste etichette, quando ci parlano di mancanze: niente parabeni, petrolati, paraffine, siliconi! E’ tutto così bio che ci s’allargano i polmoni. Respiriamo l’idillio delle fattorie felici dove mansuete erbette crescono sotto il sole della benevolenza umana: e tutto ciò per noi, perché possiamo usufruirne, lusingati, tendendo una mano davanti allo scaffale! Che straordinario miracolo, che poesia bucolica! Agguantiamo il nostro shampoo sgorgato da purissime fontane svizzere e ci dirigiamo con un certo orgoglio in altri reparti. Capita, chissà, di arrivare al banco frigo: sul cartone del latte, la certificata presenza di omega3. Il succo di frutta vanta le sue vitamine, il detersivo i carboni attivi, il dentifricio l’efficacia del fluoro. Ma non c’impressionano più di tanto, preferiamo l’insensata umiltà del bagnoschiuma senza sapone.

Con grande stupore verso il genere umano mi domando: perché ci affascinano maggiormente le assenze? Assenze di sostanze dannose (tra l’altro sconosciute: che saranno mai, nell’immaginario comune, i parabeni?), ma pur sempre assenze. Il carnevale d’ingredienti che realmente figurano nel prodotto che compriamo non ci commuove come dovrebbe; per qualche intruglio psicologico, sicuramente studiato dalle ditte, è più d’effetto sapere che qualcosa non c’è.

Se l’Italia fosse un barattolo (cosa conterrebbe, una crema idratante? o più probabilmente una pietanza, un sugo) avrebbe anch’essa la sua etichetta di carenze. Senza lavoro– ci scriverebbero alcuni- senza futuro, senza sapienza di governo, senza voglia. Altro che paraffine. Un inquietante manifesto che farebbe fuggir via i cervelli, spaventapasseri per fifoni.

Sparirebbe davvero l’effetto magico dell’ostentazione di ciò che manca? Nei supermercati- è anche vero- si tratta di nocività, ma nocività universalmente ignorate nell’ingenuità casalinga. Quelle italiane, invece, sono chiare e tonde anche a chi non ci abita.

Ma capovolgendo la testa, ruotando il capo per guardare da una nuova prospettiva, quest’etichetta parrà forse una sfida. Guarderemo con grande noia i barattoli inglesi e tedeschi e le loro logorroiche scritte sull’ordine, la pulizia, l’esattezza meccanica della perfezione. Con orrore cercheremo novità, e incapperemo in questa lattina tozza: Senza lavoro, senza futuro, senza voglia. Che tenerezza questa Italia piccola piccola, pare non voglia comprarla nessuno. E chi la fissa indignato corre poi alla cassa con in mano le prodezze di qualcun altro, vuole una storia semplice. Ci si limita ad aggiungere a quell’etichetta altre mancanze, la mamma tira per il braccio il figlioletto: via di qui, è pericoloso.

Fuggendole come scorie radioattive, chi si occuperà delle difficoltà se tutti le tradiscono per il facile? Le interviste ai neomaggiorenni mi fanno cadere le braccia, a testa alta dichiarano che no, qui no, non c’è futuro. Bisognerebbe raccontar loro che il futuro che vanno a cercare nelle strade di Amsterdam è stato installato lì dai locali che hanno avuto l’innocenza di sperare.

Lo compro io, questo Paese in scatola, non ho paura d’ingerirne il contenuto, anche se so che potrebbe farmi male. Sarà grasso ma buono.

Il commesso mi guarda storto, mi guarda strano: è sicura di volerlo prendere? Annuisco. Sono vent’anni di sacrifici e dieci centesimi, prego. A lei. In bocca al lupo, eh. Crepi il lupo.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.