Servizio Civile Nazionale: un trampolino di lancio per la vita

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«Perché si trovava lì? Con una laurea in lettere classiche in fila per quel colloquio. Bella prospettiva: dopo aver dato l’anima per tre anni alla facoltà, anziché uscirne faceva un colloquio per lavorarci altri dodici mesi. E per che cosa poi. Tanta fatica per quattrocento euro al mese. Ma Luigi glielo aveva consigliato, “Ti cambia la vita”, aveva assicurato con il suo solito sorriso. E poi non aveva ancora idea di cosa avrebbe fatto “da grande”.
Già, quel “da grande”… Lo spaventava, lo inghiottiva quando lo pronunciavano gli amici dei suoi… Quel “da grande” che era arrivato, e dal quale tentava disperatamente di scappare. Ecco perché era lì.
Appena chiamarono il suo nome entrò nella stanza con i commissari, e si sforzò di apparire sicuro di sé. Rispose a tutte le domande senza esitazione, raccontando che aveva sempre desiderato fare volontariato e che questa gli appariva una situazione perfetta per entrare in contatto con il mondo del lavoro. Prima di dire “lavoro” deglutì rumorosamente.
Un mese dopo scoprì che era passato; era diventato parte del Servizio Civile Nazionale.
Il primo giorno che Marco varcò le porte dell’edificio da volontario dell’S.C.N. pensò che avrebbe di gran lunga preferito varcare le porte della sua cucina per fare una colazione decente. Insieme ad un gruppo di altri ragazzi fu condotto per le varie aule della facoltà ed il responsabile li informò che si sarebbe tenuto a breve un corso di formazione per prepararli alle loro mansioni.
Marco sarebbe diventato una sorta di bibliotecario a 360 gradi. Bene; lavorare attorno ai libri gli andava molto a genio.
Giorni dopo si tenne il corso, durante il quale i neoassistenti dovettero imparare ciò che serviva per svolgere correttamente il loro impiego: conoscere la storia dell’S.C.N., essere gentile con chiunque, studiare la catalogazione dei libri, saper accedere all’account lavorativo al computer, sorridere sempre, studiare la dislocazione dei responsabili nell’edificio, essere disponibile, essere deciso, essere preciso. Mentre il formatore parlava, le remote speranze di un anno di tranquillità che aveva riposto in tale attività si affievolirono parecchio. Questo corso, pensò, serviva più a valutare la capacità di resistenza degli assistenti che ad impartire loro una preparazione.
Le prime settimane di lavoro furono tutt’altro che semplici, ed il ragazzo fu affiancato da un bibliotecario di ruolo. Chi aveva bisogno di un libro da consultare o semplicemente in prestito entrava in biblioteca e si rivolgeva a loro, che dovevano indicarglielo ed eventualmente segnare su una tabella i dati del libro e della persona che lo prendeva in prestito, stampare una copia dei dati del libro su un foglio ed inserirla nell’archivio.
Eppure non gli dispiaceva: trovarsi a contatto con i libri gli trasmetteva una singolare sensazione di benessere. Per questo, pur avendo la possibilità di svolgere diverse altre mansioni, quando poteva, Marco lavorava nella biblioteca, in ascolto delle pagine che venivano sfogliate ritmicamente. Superato l’imbarazzo dei primi tempi, il ragazzo si era rapidamente abituato a quella dimensione; si rapportava con donne e uomini di ogni genere: li ascoltava, forniva loro le informazioni ed i libri che volevano; trovava una fonte di dipendenza nei toni rispettosi con i quali le persone si rivolgevano a lui; si aggrappava ad ogni minima variazione della voce e a tutte le piccole formalità dei loro gesti. Percepiva un nuovo rispetto che fino a quel momento non aveva mai  ricevuto e gli era sempre sembrato “riservato” al mondo dei grandi.
Poi c’erano i ragazzi: alcuni venivano spesso, altri una volta soltanto. Parlava con loro, li conosceva, a volte scambiavano qualche battuta mentre registrava i libri da prestare. Si sentiva molto a suo agio tra loro e percepiva che in qualche modo si era reso utile alla società. Stringeva avidamente in mano la consapevolezza di avere un valido motivo per svegliarsi la mattina.
Strinse amicizia anche con alcuni colleghi più grandi: Ninetta, Mario ed Amedeo, che gli insegnarono a rivolgersi ai superiori con i termini giusti e a colpire nei punti adatti la macchinetta del caffè quando non restituiva il resto.

“Non dimenticarti di noi!”, Amedeo appariva un po’ rattristato dalla sua stessa affermazione, che avrebbe dovuto essere ironica,  quel giorno in cui  avrebbe visto di lì a poco Marco uscire e non rientrare mai più… Almeno, non con l’obbligo di timbrare il cartellino. Era l’ultimo giorno di lavoro, il ragazzo aveva raccolto il suo materiale in quella che era diventata la sua seconda casa e stava facendo l’ultimo giro per i corridoi, a salutare i colleghi, gli amici. Poi scese le scale e si avviò verso l’uscita.
Solo allora realizzò cosa stava avvenendo. Le idee ed i ricordi vorticarono caoticamente nella sua testa per qualche attimo e lo stordirono. Un anno di esperienze, un anno di crescita. Gli sarebbero mancati tutti quanti, ma sapeva soprattutto che nulla avrebbe eguagliato i momenti in biblioteca, insieme a tutti e solo con se stesso. L’ambiente nel suo complesso e le sue sensazioni in quel contesto sarebbero stati gli aspetti che avrebbe rimpianto di più. Ma li avrebbe davvero persi?
No, sentiva che quell’anno trascorso l’aveva cambiato: avrebbe trovato il “sistema” ovunque fosse andato, se solo lo avesse desiderato. Non aveva più paura né si preoccupava di essere accettato o considerato capace: sapeva di esserlo ed era già stato in grado di dimostrarlo a se stesso.
Sorseggiando l’ultimo caffè della macchinetta mentre usciva dalla facoltà, capì cosa avrebbe fatto da grande».

Non avendo compiuto personalmente l’esperienza del Servizio Civile Nazionale non ho potuto che provare a immaginare i suoi risvolti descrivendoli per induzione: raccontare la storia di un solo ragazzo per trasmettere valori a cui ritengo siano indirizzati tutti i volontari, indipendentemente dall’ambiente lavorativo e dai colleghi. D’altronde “anthropos zoon politicon“, “l’ uomo è un animale sociale” (Aristotele)  per necessità naturali, ed il suo essere si manifesta e si completa nell’interazione con “l’altro”.

Non esiste forse indice più attendibile dell’attività di volontariato per verificare lo sviluppo della coscienza sociale; un sistema che ne rifugge è specchio di una società indifferente avviata alla rovina, che ha compiuto un passo indietro verso i principi del regno animale. Soltanto attraverso simili strumenti di sensibilizzazione, infatti, dinamiche come quelle di solidarietà e responsabilità possono imporsi sulla legge di sopravvivenza del più forte.

Articolo scritto da  Flavia Petruso

 

Cogitoetvolo