Siamo andati a votare

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Domenica sono stata a votare. Senza particolare chiarezza di idee in testa, senza alcuna smodata fiducia nella croce che sarei andata ad apporre su quella scheda rosa con la matita indelebile.
Ma a diciannove anni si è emozionati, fieri di possedere la tessera elettorale e di vedere davanti a sé il presidente del seggio macchiare per la prima volta, con un timbro dall’inchiostro quasi esaurito, la casella in alto a sinistra. E poi entrare nelle cabine e tremare un po’. Con il sacro timore di chi non sa, di chi si è pentito di non essere stato sufficientemente attento o di non aver letto abbastanza, di chi si sente responsabile di ciò che accadrà non solo per sé ma per tutti, di chi spera che altri faranno la medesima scelta. E infine uscire e riporre personalmente la scheda accuratamente piegata nell’urna, chiedendosi di nuovo se è stata quella la decisione giusta da prendere.

Sono andata a votare in una scuola in prefabbricato, costruita in tempi record dopo il sisma che ha duramente colpito la mia terra. In una scuola che non è quella in cui ho studiato, per i cui corridoi ho giocato con i miei compagni a ricreazione; eppure quella scuola, oggi più che mai, era casa; una casa in cui non si conoscono coloro che vi abitano ma che sono, comunque, fratelli. Nella buona come nella cattiva sorte. Nella gioia festiva come nella rassegnazione di chi si è sentito abbandonato dalle stesse persone che sta andando a votare, di chi si è visto portare via un tetto sotto cui dormire, studiare, lavorare ed è stato poi costretto ad importanti sacrifici fiscali. Nella condivisione dell’orgoglio di ciò che viene ricostruito come nella desolazione provata di fronte a pratiche burocratiche che sembrano non progredire mai ed ostacolare ogni smania di un nuovo inizio.

Sono andata a votare perché poterlo fare insieme è un dono della storia, dei nostri padri, di chi ha combattuto perché potessimo essere coautori della nostra stessa dimensione civile, edificata da noi e da coloro con cui condividiamo un cammino che è quello della cittadinanza.

Sono andata a votare e ho visto una donna entrare ai seggi accompagnando una signora molto più anziana di lei, su una sedia a rotelle, con il viso stanco ma uno sguardo fiero che raramente ho visto in altri; ho visto un mio compagno di classe alle scuole elementari, di origini maghrebine, divenuto cittadino del mio stesso Paese; ho visto decine di persone come me, più o meno certe, più o meno decise, ma tutte convinte del fatto che l’essere lì era la scelta vincente, al di là della croce che ciascuno di noi ha posto sulla propria scheda.

Siamo andati a votare perché ognuno di noi ha il diritto, a diciannove così come a novant’anni, di pensare di poter cambiare il mondo, di non essere indifferente per le sorti del proprio Paese, di partecipare alla vita pubblica assumendosi responsabilità che vanno oltre il suo essere privato cittadino ma che si allargano alla dimensione della condivisione.

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.

  • Anch’io, e spero di avere fatto la scelta giusta per il futuro di questo Paese…

  • disqus_mWhatcrlp6

    molto vero e spontaneo. ce ne vorrebbero di giovani così