Sic: la Sicilia a metà

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Non ci viene in mente che se costruiamo male un ponte quello crollerà, la nostra è la politica dell’evvabbé, del poisivede, ma non si vede mai…

La chiameremo come un singhiozzo, quest’isola sfregiata: Sic, in latino “così”, perché così è e sembra non poter cambiare. O forse Ilia, facendo il verso a Ilio, l’altro nome di Troia: sempre di città devastate si parla, del torbido in cui annega un popolo.

Ma bando agli allarmismi: ci è forse scappato il morto? No. Stiamo tutti bene? Sì. E allora tranquilli, tranquilli, il ponte si rifà, che sarà mai un ponticello, sai quanti ne fanno in America di questi?

Ma che disagi, che disagi: qui si vi offre l’opportunità di tuffar l’occhio nel magnifico entroterra! Ché nel trantran quotidiano non vi fermate mai un attimo a fissare con nostalgico stupore le meraviglie che vi scorrono accanto: è qui che l’Amministrazione tutta si premura di sfoggiare la sua competenza artistico – culturale mediante i fulgidi monti palermitani che v’accompagneranno lungo i finestrini per cinque indimenticabili – no, non interminabili! – ore!

Cinque ore di pullman? (E che sarà mai?)
Sarà sfinente, sarà pesante. I bambini s’annoieranno. E non è secondario che un bambino s’annoi.
Se i responsabili – o, più propriamente, gli irresponsabili – di questo disastro avessero passato cinque ore seduti su un pullman accanto a un bimbo piangente e arcistufo, forse si sarebbero accorti. Ci vuole la giusta accortezza.

Prima gli avrebbero raccontato una storia: niente. Poi un gioco al cellulare: qualche gelatina da sistemare, una fattoria da costruire, e quello si siede buono e silente e non secca più. Dura poco, come tutti i sogni.
Che fai, lo leghi al sedile? Non puoi, qualche legge o madre lo impediscono, perciò t’affidi al più crudele mezzo: le illusioni. Tra un pochino, non ci vuole niente, giusto il tempo di, e altre scuse rubate a padri stanchi di bambini che non hanno ancora digerito ma vogliono ugualmente tuffarsi. Il peggio: t’annoi anche tu.
Il piccolo ha ragione, qui non c’è niente da fare, ed è così triste venir deviati come una telefonata, deviati a Messina e infine giù per Catania. Chiedi al conducente dove vi trovate. “Dov’eravamo un’ora fa, Geografo, le strade sono strette e intasate” e poi divaga su quest’amministrazione che paragona a certe cose indicibili, la furia lo fa quasi sbandare. Crolla sul sedile, l’Amministratore, e per un attimo s’infuria anche lui, dimentica che se la sta prendendo con se stesso.

Che diamine facciamo, chi crediamo di essere, noi abbiamo delle vite umane in mano, sul nostro palmo esse possono riposare o venir stritolate; facciamo entrambe le cose in alternanza, talvolta per incuria lasciamo pure che ci scivolino via. Né ci preoccupiamo d’andarle a riprendere, di chiedere scusa: parliamo a vanvera e quelle parole fanno sperare anche noi in qualcun altro, un nostro inesistente alter-ego. E nel vortice dei soldi – il denaro lordo, il lurido denaro – nel labirinto delle convenienze ci perdiamo e non ci viene in mente che se costruiamo male un ponte quello crollerà, la nostra è la politica dell’evvabbé, del poisivede, ma non si vede mai. E se penso a tutto quello che abbiamo rovinato, se penso all’ambiente e alle esistenze, agli appuntamenti di gente che s’ama e deve patire (partire) per vedersi, a questo bambino spremuto d’ogni energia, io mi sento un nulla che cammina, un nulla seduto su un pullman con le mani in mano e attorno il fumo, fumo negli occhi.

“Siamo arrivati!”
Come ride, ah, questo bambino che ride è una cascata di gioia nuova, Niagara di bellezza; non dico ora che valga la pena far danno per vedere un sorriso così, ma guarda che splendore, è un fiume in piena dopo la siccità, un fiore che…

“Lei non scende, Geografo?”
E lui scende e corre, manco saluta.
Corre a cambiare.
Scopre grandi le sue mani: chissà che non riafferrino Sic e Ilia e le rimettano insieme.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.