Quo vadis?

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“Quo vadis?” è un titolo che risuona familiare a molti: frequentemente nominato, celebre per la versione cinematografica, uno dei romanzi più letti al mondo, tanto da far meritare all’autore Sienkiewicz il premio nobel per la letteratura 1905. Dati importanti, sì, ma insufficienti: non esauriscono la ricchezza dell’opera, la profondità del messaggio, la sapienza dell’intreccio.

Nel turpe scenario della Roma neroniana, il nobile patrizio Vinicio si innamora della giovane e pura Licia, figlia di un re svevo, adottata ed instradata alla pratica della ancora invisa religione cristiana. La vita del giovane è per sempre compromessa: l’immagine di lei si fa spazio prepotentemente tra i suoi pensieri, essa diviene la “quintessenza” della sua esistenza, l’imprescindibile chiave d’interpretazione di tutta la sua vita. Il suo è un sentimento instabile, non definitivo, soggetto a cambiamenti e in divenire. Dapprincipio il suo amore, seppur immediatamente percepito differente, non sembra diverso da altre precedenti infatuazioni; sarà lo scorrere del tempo, soprattutto con la frequentazione di lei, a consentirgli di comprendere la maggiore dignità di quell’ affetto. Prima l’aveva desiderata, ma gradualmente cominciava ad amarla con tutto il cuore: desiderava la sua anima. E’ il passaggio dall’ Eros all’ Agàpe.

Ma su questa acerba e ancora non ben radicata relazione si scatena la ferocia provocata dalla voluttà dell’ efferato imperatore Nerone, sostenuto dalla suo mellifluo seguito di cortigiani, che porterà alla prima sanguinosa persecuzione contro i Cristiani. Tra l’altro, uno sfogo di violenza che non sortirà l’effetto sperato: l’affetto tra i due giovani, infatti, più che essere sradicato, mette sempre più profonde (divine) radici, e la nuova “setta”, quantunque vessata da atroci persecuzioni, inspiegabilmente – umanamente -, prende piede inarrestabile tra la popolazione: una fiamma, alimentata dalle raffiche del vento della persecuzione.

Una passione drammatica quella tra i due giovani, ma che non sfocia in sdolcinati sentimentalismi; al contrario, per nulla banale, viva come carboni ardenti, cauterizzata dalle sofferenze, dai tormenti e dai patimenti cui è messa alla prova. Un’ esempio forse più unico che raro in letteratura, in cui amore umano e divino si fondono inscindibilmente: più che compatibili, complementari.

Dalla penna dell’autore polacco si materializza in tutta la sua vitalità quella Roma imperiale giunta all’apice e al declino del suo potere. Una società affannata, ormai priva d’ogni ideale, che s’abbandona freneticamente al fasto e alla lussuria degli ampollosi banchetti, si compiace brutalmente dell’innocente sangue versato nelle arene, trovando in esso una sterile soddisfazione, insaziabile e bisognosa di continuo appagamento.

Ma magistrali sono anche le figure che risaltano, come in un basso rilievo, da questa impersonale folla. In primis quella di Nerone, personaggio stereotipato che rientra perfettamente in quella tradizione che lo raffigura insulso, infantile, privo di spessore umano, pronto a svendere la propria gratitudine a chiunque lo circuisse con false lusinghe per la sua arte canora (sappiamo dalle fonti che Nerone era solito dilettarsi suonando la cetra). Cosa dire poi della riuscitissima parte assegnata a Petronio, riesumato dai polverosi libri di letteratura latina, e sulle cui fattezze psico-fisiche l’autore agisce con la libertà concessagli della esiguità dei dati biografici al riguardo, compensando con l’arte alla deficienza della Storia. L’affascinante personaggio che fuoriesce dalle mani dello scrittore è un patrizio di nobile levatura, stimata figura di spicco dell’entourage neroniano, capace di tenere in pugno l’immaturo imperatore con stupefacente abilità, cosciente del suo incontestabile e fondamentale ruolo di arbiter elegantiae. E’ lui il punto di raccordo, la chiave di volta che argina il contatto tra le due civiltà pronte all’incontro: l’antica ed esausta civiltà pagana, incline a tutti i vizi di cui prima, e la nuova cultura cristiana, fautrice d’uno stile di vita inammissibile secondo le categorie del pensiero romano classico. Petronio non comprende come gli adepti di quella nuova credenza potessero non solo temere il loro Dio, ma anche  amarlo; un amore che – cosa ancor più sorprendente – non solo non veniva meno nelle sofferenze della persecuzioni, ma che al contrario, proprio in quei momenti diveniva ancora più forte e stabile.

Attraverso la lente d’ingrandimento della letteratura, è descritta la vita delle prime comunità cristiane: in esse la fede appare fresca, di quella freschezza propria di limpida acqua sorgiva, perfettamente integrata con la vita pratica, senza che si venga a creare una dicotomia tra vita di pietà e vita d’ogni giorno, dal momento che le due combaciano perfettamente. “Non basta a un cristiano rendere omaggio a Cristo, deve anche vivere secondo la sua dottrina”. Un periodo storico cruciale quindi quello della diffusione della nuova religione ( che volenti o nolenti, tutti devono accettare come rivoluzionaria ), linea di demarcazione di quel lento ma inesorabile processo di rivoluzione dei valori che trasformerà per sempre la società romana e, di conseguenza, europea. Un passaggio epocale ben espresso in queste parole rivolte al nobile Petronio:

“Siamo felici d’una felicità che nulla può distruggere, poiché la morte, che per te è la fine d’ogni cosa, per noi è al contrario il passaggio a un riposo superiore […] La gente non conosceva finora un Dio che l’uomo potesse amare, e perciò gli uomini non si amavano neppure l’un l’altro; da qui la loro sventura. Poiché, come la luce viene dal sole, così la felicità viene dall’ amore”

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Quo vadis?
Autore: Henryk Sienkiewicz
Genere: Classici
Editore: Mondadori
Età minima consigliata: 13 anni
Pagine: 400

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.