Skyfall

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Un film di Sam Mendes. Con Daniel Craig, Judi Dench, Javier Bardem, Ralph Fiennes, Naomie Harris. Titolo originale Skyfall. Azione, durata 143 min. – USA, Gran Bretagna 2012. – Sony Pictures uscita mercoledì 31 ottobre 2012

In missione a Istanbul per conto della Regina, della Patria e di M, James Bond deve recuperare un file prezioso che contiene i nomi degli agenti infiltrati dell’MI6 (l’agenzia incaricata del servizio di controspionaggio per l’estero). Finito nelle mani di un killer professionista, Bond lo insegue cadendo sotto i colpi del fuoco amico. Precipitato e disperso dentro una cascata, Bond viene dichiarato morto e compianto in un formale necrologio…

Con grande sorpresa quello che nelle aspettative sarebbe dovuto essere il capitolo conclusivo di una ideale trilogia – iniziata con Casino Royale (2006) di Martin Campbell e proseguita tramite Quantum of Solace (2008) di Marc Forster – si rivela in realtà un lungometraggio del tutto nuovo e a sé stante che non prosegue quanto raccontato nell’episodio precedente.

Che ci si trovi davanti ad una sterzata narrativa e ad un cambio di marcia repentino si capisce fin dalla sequenza introduttiva, la quale non si limita a squadernare in brevissimo tempo l’alfa e l’omega del “sistema Bond” (coraggio, imprevisti, tecnologia), ma mette in scena addirittura la “fine” dell’agente 007, colpito per sbaglio da una collega e precipitato senza sensi in una cascata. Non è neppure il solito 007 continuamente itinerante: nonostante la prima parte del film si svolga tra Istanbul, Shanghai e Macao, ben presto il baricentro di Skyfall si stabilizza in una Londra misteriosa e oscura caratterizzata da un’atmosfera da thriller anni ’60, dove perfino l’MI6 è diventato un nido di vipere in cui non ci si può più fidare di nessuno. E’ dunque chiaro che ormai anche gli eroi più longevi – quest’anno sono 50 anni dal primo film e 59 dal primo romanzo – hanno bisogno di rinascere.

Che l’atmosfera intorno al mondo di Bond stesse cambiando si era già percepito chiaramente fin da Casino Royale, tracciando una nuova strada che il regista Sam Mendes ha deciso di continuare a percorrere grazie alla scrittura emotiva di John Logan (Il Gladiatore, The Aviator, Hugo Cabret) e all’esperienza nel settore di Neal Purvis e Robert Wade (Il Mondo Non Basta, La Morte Può Attendere). Ebbene il cambiamento sostanziale introdotto da Skyfall è rappresentato proprio dalla scelta di un regista più impegnato ed esigente come Mendes (vincitore del premio Oscar nel 2000 con American Beauty e certamente il regista più blasonato di quelli coinvolti nella saga), il cui obiettivo è stato quello di realizzare non esattamente un reboot (già effettuato con successo nel precedente Casino Royale), bensì una sorta di “ripartenza”, in cui effetti speciali e diavolerie tecnologiche lasciassero il posto ad un lavoro più “fisico” e “umano”.

Prima di Skyfall invece il successo della saga era stato determinato prevalentemente dalla naturalezza con cui l’attore protagonista fosse più o meno riuscito a riprodurre sullo schermo lo stile del famoso agente segreto e scarso interesse era stato dimostrato nei confronti dei registi i quali, di volta in volta, avevano cercato di adattarsi ad una creatura dalla natura ben definita senza avere il coraggio di apportare modifiche consistenti. Ma si trattava di un atteggiamento impossibile da mantenere ancora nel momento in cui dietro la macchina da presa si è posizionato un autore del calibro di Mendes. Il risultato è un film molto godibile e caratterizzato da un’architettura sapientemente strutturata e mai inaccessibile, in cui gli elementi tradizionali della saga vengono aggiornati e si fondono armoniosamente con un’attenzione estetica e narrativa che porta chiaramente i segni del Mendes Touch. Fin dai titoli di testa accompagnati dalla voce di Adele è evidente la raffinatezza visiva che accompagna il film per tutta la sua durata e si percepisce l’importanza attribuita alla fotografia – da questo punto di vista l’episodio del grattacielo di Shanghai è un autentico pezzo di bravura – per costruire, in un gioco di riflessi visivi e di rimandi ai precedenti episodi, le ombre in cui Bond è destinato a vivere e combattere, sempre con quel pizzico di ironia sprezzante che è un marchio di fabbrica del personaggio.

Secondo i critici più entusiasti si tratta un’opera modernissima (seppure con un affascinante tocco retrò) che non suggerisce più l’idea di un eroe quasi immortale, bensì introduce il concetto di vulnerabilità, nella quale Daniel Craig dona al proprio personaggio un significativo spessore psicologico, offrendo il ritratto di un uomo non più giovanissimo, che ha perso molte delle qualità sia fisiche che mentali e che non ha problemi a confessare la sua familiarità con la paura e la morte.  Si possono anche registrare somiglianze con i tre Batman di Christopher Nolan, cui Skyfall si accosta più per la fragilità identitaria dei protagonisti che per una serie di citazioni un po’ superficiali.

Lo 007 ruvido e problematico di Craig si perde e si ritrova nel confronto con gli stili ed i modi di coloro che lo hanno preceduto: Bond emerge così dalla staticità iconica del passato, smantellando le spoglie epiche dell’oggetto perduto, reintegrando i personaggi di Q e Moneypenny e dimostrando di avere ancora tanto da offrire, a differenza de La Valorosa Temeraire di William Turner, rimorchiata lungo il Tamigi e trainata ingloriosamente verso la demolizione mentre scivola adagio incontro al tramonto suo e dell’epoca che l’ha vista eroica. Di fronte allo psicopatico villain (interpretato da un validissimo Javier Bardem) Bond è obbligato ad aggrapparsi tenacemente a pochi e indispensabili punti fermi e a spingersi fin nei luoghi delle sue personali radici.

Tra un inseguimento a Istanbul e un’esplosione, tra un varano di Komodo e un assedio western in Scozia, tra una seduzione (non solo femminile…) e un’Aston Martin DB5, Mendes e Craig hanno individuato un formidabile antidoto alla rottamazione a tutti i costi.

 

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Studente di ingegneria, appassionato di cinema e musica.