Smarrire Megacity

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Incontro Marco Ferrarini in un parco milanese, lo vedo arrivare con una bicicletta dalle ruote verdi, il mezzo ideale per un ragazzo di 23 anni dal carattere leggero e scherzoso. Ci sediamo sull’erba, luogo bizzarro e allo stesso tempo stimolante per un’intervista, e cominciamo subito a parlare del libro. Ha da poco pubblicato in ebook “Smarrire Megacity” per Prospero editore: un genere difficilmente definibile, scandito da quattro racconti che tastano le vene di una città immaginaria attraverso un narratore che sonda la solitudine narcisistica che sta lentamente strozzando le relazioni tra gli abitanti. Personaggi e situazioni comuni, uno sgangherato appartamento di studenti fuorisede, un appuntamento in ballo sullo sfondo di un natale in famiglia e un ragazza da sogno eternamente inseguita, finendo con un blogger solipsistico, presentati con una vena ironica e mai scontata che divertendoci ce li rende compassionevoli e troppo vicini da non confrontarli con noi. È sinceramente interessato a conoscere la mia reazione al suo libro ed è molto aperto a discutere su qualsiasi punto, a una sola condizione: non vuole creare nessun muro tra lui e il lettore,  lo rispetta troppo per voler spiegargli cosa e come leggere il suo libro.

Partiamo dalla genesi, come nasce l’idea di scrivere “Smarrire Megacity”?
Megacity nasce da un’osservazione quotidiana della città in cui vivo (Milano, ndr) e dei rapporti sempre più rarefatti che si instaurano tra i suoi abitanti. L’amore per la propria città e quindi per i propri concittadini si va affievolendo e non parlo di grandi movimenti politici, ma di partecipazione: gli anziani che protestano per difendere uno spazio della loro infanzia amano la città tanto quanto gli studenti che chiedono le biblioteche aperte più tempo. Queste piccole luci si stanno spegnendo e così volevo provare a cogliere la direzione verso cui evolve la città italiana, magari per invogliare qualcuno a cambiare rotta.

Il libro è composto da quattro storie apparentemente separate l’una dalle altre, perché pubblicarle tutte insieme?
Anche se le trame non sono consequenziali, il libro è una sorta di sguardo dall’alto sulla città attraverso quattro angolature diverse, unite da un’unica voce di un protagonista invisibile; invisibile non solo perché non è mai presente, ma anche perché è continuamente inseguito. Smarrire Megacity è un viaggio di formazione, un volo sui luoghi simbolici della città alla ricerca di un’identità.

Cosa ha significato per te pubblicare in rete, considerando che spesso si sente criticare l’editoria online come una discarica per i lavori rifiutati dall’editoria cartacea?
Per me non è stato un ripiegare su una scorciatoia per pubblicare il libro, ma una scelta consapevole e mirata. Non voglio ripetere discorsi triti e ritriti, ma la forma del libro sta evolvendo e scrivere in ebook significa assumere anche uno stile diverso: avevo già scritto da tempo il primo dei quattro racconti; quando decisi di pubblicare online il libro, andai a riprenderlo e lo riscrissi in uno stile più snello e scorrevole. I readers elettronici sono pensati soprattutto per occasioni precarie, di passaggio, quindi spesso veloci: sui mezzi di trasporto vediamo sempre più persone leggere da un tablet. I libri che nascono appositamente per loro quindi, dovrebbero scoprire un modo nuovo di approcciarsi al lettore: non una letteratura di serie B rispetto a quella cartacea, ma un nuovo tipo di scrittura che si affianchi a quella tradizionale. Mi sembrava e mi sembra tutt’ora interessante usare questo tipo di linguaggio per parlare dello sviluppo delle nostre metropoli.

Uno dei tuoi personaggi è un blogger che mentre racconta il suo mondo, si allontana sempre più dalla realtà. Tu invece hai scelto lo stesso mezzo, internet, per cercare un appiglio alla realtà. Nonostante i mutamenti materiali, credi ancora che i libri possano avere un ruolo nella nostra società?
Mi auguro di sì. Spero sempre che il mio lavoro possa regalare al lettore un briciolo di consapevolezza in più su tutto ciò che lo circonda, una consapevolezza che ho maturato nel percorso che ho compiuto per scrivere il libro. E dalla consapevolezza può nascere un cambiamento, usando una metafora, vorrei grattare via dalla pelle di chi mi legge un po’ di indifferenza.

Ti ritrovi nella definizione di scrittore?
Se scrittore è chiunque scrive, si potrebbe dire che tutti siamo scrittori. C’è chi sostiene che è scrittore solo chi viene pubblicato, ma questo a mio parere legittimerebbe tanta spazzatura. Io la vedo in modo diverso: scrivere fa parte del mio modo di osservare ciò che mi circonda. Prima di scrivere viene il pensare, il discutere. Il problema di molti scrittori di oggi è che scrivono del loro ombelico, sono autoreferenziali e quindi interessano sempre meno alla gente. Quando comincio a scrivere qualcosa, mi domando sempre se vorrei leggerlo.

C’è però qualche scrivente che più ti ha segnato nel tuo lavoro?
Decisamente Pennac! E’ stato il primo autore scelto da me, non me l’aveva consigliato né mio fratello maggiore né il mio professore di lettere. Fui subito catturato dal suo modo di scrivere, da come si divertiva nel farci entrare nel suo mondo. E’ colpa sua se decisi di scrivere. Poi ammiro molto due scrittori nostrani: Italo Calvino, per il ragionamento e le geometrie che sottostanno ai suoi libri, e Luigi Pirandello che con il suo teatro spezzò una tradizione compositiva per inaugurarne una propria.

Oltre a ispirarsi a dei modelli e cibarsi il più possibile di libri, per un aspirante scrittore può aver senso partecipare a scuole di scrittura?
Se scelte con cura, assolutamente sì. Riconosco che, a volte, questi corsi di scrittura creativa sono vere associazioni a delinquere, ma allo stesso tempo credo che come per ogni mestiere ci siano delle tecniche da apprendere. Come fare emozionare, come creare attesa e come fare piangere hanno indubbiamente delle basi tecniche; scuole di scrittura che aiutino a lavorare su questo aspetto possono essere utili. Quello che non si può insegnare invece sono l’esigenza e la capacità creativa.

Cambiamo completamente ottica e parliamo del lettore, esiste per te un lettore ideale?
Chiunque. Non c’è un lettore migliore di un altro, esistono però diversi modi di leggere: posso fermarmi alla superficie oppure posso andare più in profondità. Questo lo dice molto bene proprio Pennac nel suo piccolo capolavoro “Come un romanzo”. Prima di tutto devo godere di quello che leggo. I lettori fanno la letteratura (lo dice la parola stessa); bisogna mettersi dalla loro parte quando si scrive.

Prima di lasciarci, ci piacerebbe se ci lasciassi con la tua idea di città tra 50 anni.
Mi auguro il futuro come un viaggio di ritorno. Un ritorno a quegli spazi di cultura e incontro tra cittadini che l’edilizia degli ultimi anni ha ignorato. La crisi che la nostra società italiana, oltre che il mondo dell’editoria, sta attraversando è una grande opportunità per ridisegnare il nostro domani. Parlando specificamente di Milano, l’Expo del 2015 cambierà il volto della nostra città per i prossimi 50 anni. Smarrire Megacity nel suo piccolo prova a essere un contributo a questo cambiamento.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Smarrire Megacity
Autore: Marco Ferrarini
Genere: Racconti
Editore: Prospero
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 41

Studio Lettere Classiche a Milano, ma non spaventatevi perchè scrivo in Italiano. Anzi penso che proprio nei grandi classici che ci hanno tramandato i Greci e i Romani si possano trovare delle chiavi per vivere più a fondo il nostro presente. Quando non non sto con le persone a cui voglio bene e non sto traducendo, mi piace guardare film. Se sbirciate nel sito, potete trovare qualche mia recensione. PS Il mio film preferito, anche se è stato doloroso sceglierlo, è ‘Into the wild’.