Smile Therapy

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7 Gennaio
Il mio nome Enam in Etiope significa “dono del signore”. Ho sempre amato la mia terra, quelle poche capanne di paglia e sterco sparse sui pendii dei monti Simien nel nord dell’Etiopia, l’odore acre dell’agricoltura, l’azzurro intenso del cielo in contrasto con la terra rossiccia di origine vulcanica. Conosco a memoria i camminamenti che tra i dirupi portano alle cime innevate e i sentieri che scendono a valle; li pratico ogni giorno per andare a scuola, vi incontro sempre i pastori che calpestano la terra a piedi scalzi, le donne curve sotto il peso di carichi pesanti e raramente qualche escursionista che in cambio di qualche informazione cede del pane o qualche penna. La strada che conduce a scuola costeggia le chiese copte di Lalibela, incavate nella pietra; sembra che i villaggi siano rimasti immutati nel tempo, anche la gente è rimasta uguale nella sua manualità, nella fierezza dello sguardo, ma anche nella superstizione e disinformazione. Dicono che mia madre, mentre era in gravidanza, abbia mietuto durante i giorni di luna piena: è per questo che sono nato così. Gli anziani reputano che io sia la manifestazione dell’ira di Dio nei confronti del villaggio: per questo tutti mi tengono a distanza. Ogni tanto mi soffermo a guardarmi: ho dei capelli folti e scuri, occhi grandi e vivaci, un naso ben proporzionato e un taglio che dalla base della narice sinistra divide il mio labbro superiore in due parti. Questo è ciò che mi rende diverso dagli altri.

20 Gennaio
Oggi, mentre ero seduto nel cortile della scuola un ragazzo mi ha detto: “hai il labbro spaccato, non sei buono a nulla. Stai lontano da noi”. Sono tornato a casa e sono scoppiato in lacrime; la sofferenza fisica è tollerabile, ho imparato a convivere con la mia difficoltà nel mangiare, parlare e persino respirare, ma il cinismo della società è più doloroso.

25 Marzo
Due mesi fa si è sparsa la voce che sarebbe giunta nella capitale un’equipe di medici specializzata in questi casi. Mio padre mi ha promesso che avrebbe almeno tentato di offrirmi un futuro migliore; per affrontare il viaggio è servito il frutto di due mesi di lavoro, circa 8$, perciò ho aiutato mio padre nei campi. I buoi camminavano pesanti sulla terra dura, l’aratro solcava profondamente il terreno creando delle file quasi parallele, il mio sudore bagnava il suolo, il solo pensiero che, quando la piantagione di caffè sarebbe stata florida e rigogliosa, io avrei avuto indietro il mio sorriso, mi spingeva a non desistere. Domani partiremo alla volta di Addis Abeba.

27 Marzo
La confusione regna nelle sale di accoglienza, ci sono tantissimi bambini in braccio alle loro mamme in attesa delle prime visite di controllo, per molti di noi è la prima volta. Tra lo smarrimento si percepisce una solidarietà comune, la consapevolezza di non essere soli e la convinzione di non essere diversi; quella deturpazione, in gergo medico labbro leporino, ci rende unici e uniti. I medici e i volontari di Operation smile ci hanno informato che a breve sarà stilata una lista di priorità, purtroppo i casi sono tanti e i fondi scarseggiano. Ciò che ci conforta è che questa missione accorpa in sé l’attività di milioni di giovani di tutto il mondo, i quali, attraverso campagne e raccolte fondi, cooperano concretamente perché i nostri sorrisi vengano ricuciti.

1 Aprile
Le mie labbra ora hanno una linea morbida, leggermente rialzata sul lato sinistro, la cicatrice è ancora ben visibile, un ricordo indelebile della mia vita precedente e simbolo della mia unicità. Un giorno qualcuno guarderà i miei occhi, non la mia bocca, e sorriderà.

www.operationsmile.it

Articolo scritto da Silvia Sartorello

Cogitoetvolo

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