Solitudine: la malattia (curabile) degli anziani

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«Sono le 8 del mattino. Da quell’ora non lascio il telefono neppure un attimo. Lo porto dietro come un cuore che batte. Aspetto. Lo guardo. Lo giro e lo rigiro per indagare se tutto va bene con la linea. Aspetto ancora finché squilla: è mia figlia. Abita in un’altra città ma è l’unica che ho: il mio splendore. “Mamma come va? Vado al lavoro. Ci sentiamo domani”. Il resto è solitudine».
In un articolo comparso qualche anno fa (3/5/2007) su “Panorama”, Giulia raccontava così la sua vecchiaia. Viveva da sola, era vedova, e da quando era morto il marito si sentiva come un sasso che dalla cima della montagna precipitava a valle. «La tv, per esempio, è per noi di una certa età l’illusione di una finestra aperta sul mondo. Poi, però, mi accorgo che questo è solo un modo per riempire la vita, non per viverla!».
Solitudine e vecchiaia tratteggiano così i nodi di una problematica fortemente attuale: quella dell’isolamento che oggi, più di un tempo, rischia di emarginare pericolosamente gli anziani dalla vita affettiva, sociale e produttiva.
Eppure questi nonni possono ancora, nonostante la loro età, essere utili alla società e, più direttamente, ai loro familiari. Parlare con loro, ad esempio, smorzerebbe quella solitudine permettendoci di accedere in un mondo remoto fatto di tradizioni, dialetti, feste, vecchi modi di fare… Un mondo remoto verso il quale si avverte, sempre più spesso, una crescente nostalgia.
Quando un nipote si avvicina ai suoi nonni sente come un eco, sa che ha di fronte la più forte cassa di risonanza della sua infanzia. Accade così che gli si spalanchi davanti un tesoro, magari un album di foto, raccontate e descritte minuziosamente, che sappia ricostruire il suo mosaico familiare perfezionandone i ricordi.
C’è chi, al contrario, si distanzia anni luce da questo mondo o chi, immerso nel lavoro e negli impegni quotidiani, addita le cause del malessere dei suoi anziani genitori ad una forma di depressione. A volte, però, si fa solo fatica a dare ad ogni situazione il proprio nome, ammettendo le proprie mancanze. Sì, proprio così, perché quella profonda tristezza o pseudo-depressione si chiama solitudine ed è una malattia curabile senza alcuna prescrizione. La cura migliore che un anziano possa ricevere è la presenza di una figura amica: che sia un figlio, un nipote, un fratello, un vicino, la cosa importante è che ci sia! Basterebbe essere semplicemente più presenti, più disposti all’ascolto, pronti ad andare incontro al proprio passato.
«Quando penso ai nonni penso a me da piccola. Ricordo che quando mamma non c’era trascorrevo tutto il tempo con loro. Un giorno la nonna mi coinvolse nella lavorazione della pasta; da allora, appena vedo la farina o le uova, penso a lei e, come per magia, riassaporo la stessa dolcezza di un tempo».
I ricordi di cui parla questa donna, mamma di due figli, sono vivissimi nella sua memoria nella stessa misura in cui ha vissuto quell’esperienza significativa della sua infanzia.
È così che i nonni rappresentano la nostra roccaforte, il privilegio di chi può ancora contare sulle loro storie; di chi ce li ha e, a volte, li abbandona; di chi ne sente la mancanza perché, magari, avrebbe potuto dedicargli più tempo; di chi sa che, in ogni caso, a loro deve tutto.
Per molti resteranno i vecchietti di sempre, depositari di saggezza, dispensatori di detti perenni. I nostri amati e preziosi vecchietti, rughe di vite lontane che continuano a raccontarci il presente!

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!