Sono io lo sconosciuto

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Qualche mese fa dovevo scrivere un racconto breve. Il tema che avevo scelto portava il titolo “Uno scopo nella vita”. Cominciai a fissare il foglio bianco pensando a grandi scopi, a fantastici fini possibili. Ma niente. Mi sembrava tutto troppo lontano. Allora ecco che mi domandai: io, così come sono, quale scopo voglio realizzare? Però questa domanda non mi convinceva. “Io, così come sono…ma così come?!” Beh…quale scopo migliore del conoscere sè stessi?

“Una volta ero un’idea. Poi qualcosa di divino mi ha sottratto al mio sapere e mi ha donato un corpo. Un corpo di pelle. Uno vero. E la mia mente è rimasta vuota.
La prima volta che ho aperto gli occhi e ho visto la luce, io non la ricordo. Mi hanno sempre detto che ero troppo piccolo allora per ricordare. Però io sono sicuro di essere stato un’idea, in principio. Ma non ricordo nemmeno a quanto tempo risale il mio principio da idea. D’altronde ero troppo piccolo anche allora.”

Con questa sicurezza sul mio passato da idea, me ne andavo per la strada che mi avrebbe riportato a casa, dopo un sabato sera scivolato tra qualche chiacchierata con gli amici. Certo, fantasticare sul mio essere idea non era forse il massimo come conclusione di un sabato sera, ma la mia mente era stata catturata da quel pensiero. Probabilmente la lezione di filosofia che avevo studiato durante il pomeriggio mi aveva lasciato qualche dubbio. Così come mi era rimasta qualche incertezza sulla matematica, che non guasta mai. Ad un tratto però, stanco di pensare, spensi la mente.

Lungo il viale isolato camminavo con la testa bassa, prestando attenzione alla voce del vento che chiamava le foglie. Qualcuna rispondeva e cadeva lentamente davanti ai miei passi. Ma una voce più forte, diversa, umana, si avvicinava. Alzai il volto e vidi un uomo oscillare sul marciapiede che correva parallelo al mio. E l’uomo oscillava e parlava, e quasi cantava. Le sue parole avevano una cadenza cantilenante. “Deve trattarsi di una canzone”, pensai… Nel frattempo quello continuava a proferire il suo ritornello. Si avvicinava. Poi si fermò di scatto. Portò in alto le braccia e le mosse, come per chiamarmi. Feci una sosta e lo guardai. E lui iniziò a recitare, solo per me. “Dimentica il tuo nome, dimentica il tuo cognome, il colore, la religione, gli amici, la tua fazione, i nemici, la tua nazione, i vestiti e la professione. Ora cosa rispondi se ti chiedo chi sei?”

“Non ci credo. Il brano che canta sempre Marco, il mio compagno di banco. Come ho fatto a non riconoscerlo subito… Davvero quell’uomo conosce questa canzone? Davvero conosce il rap di Mistaman? È incredibile.”

La canzone entrò nella mia mente, si impossessò dei miei pensieri e li governò. Mi lasciai dietro le spalle il cantastorie ubriaco e ripresi a camminare. Ben presto mi ritrovai davanti alla porta di casa, mentre giravo già la chiave nella toppa, mentre il corpo si inabissava tra le lenzuola fredde. E fu sonno. Caddi subito nella voragine di un sogno e lì mi vidi protagonista. Il mio corpo era rimasto lo stesso, ma la mia testa, nella traduzione della notte, era cambiata…svanita. Al collo si era legato un enorme punto interrogativo. E tanti uomini, tutti con lo stesso capo a forma di punto interrogativo, mi circondavano, mi spingevano, facevano ressa contro di me. Le loro voci proferivano la stessa inquietante domanda: “Chi sei? Chi sei?”

La confusione delle loro voci mi imprigionava. Riuscii a vedere un solo uomo che se ne stava fuori dalla calca. Un solo uomo che teneva nelle mani dei fili, dei fili bianchi e lunghi, lunghissimi fili. Meraviglia! Il passante che avevo incrociato lungo il viale se ne stava nel mio sogno, impegnato a controllare le marionette di uomini anonimi che si affollavano su di me. La mia angoscia aumentava, così come la mia insicurezza e la mia ignoranza. Non avevo infatti una risposta da fornire a quella domanda, né trovavo la forza di inoltrare la stessa a quegli uomini. Sentivo il sudore che si intrufolava tra le mie vesti e sentivo che quel sogno, in fondo, non era poi così lontano dalla realtà.

“Ora cosa rispondi se ti chiedo chi sei?”. Questo pensiero mi fece svegliare di soprassalto, quando la luce del giorno era già penetrata nella stanza e l’orologio sul comodino mi informava del mio solito ritardo. No. Domenica. Era domenica. La campanella della scuola non avrebbe suonato anche quella mattina. Magari lei stava dormendo, mentre io avevo interrotto il mio sonno. E la cosa che più mi infastidiva era il motivo del mio risveglio, così come il motivo di quell’incubo. La voce di quell’uomo non voleva abbandonarmi. Aveva dormito con me e adesso mi aveva svegliato. E quella domanda, quel piccolo frammento di un’intera canzone che Marco conosceva a memoria, teneva tesi i miei pensieri.

“Chi sei, chi sei… ma che domanda interessante! Tutti sanno chi sono. O forse è meglio dire che tutti sanno cosa sono? Chi, cosa…non c’è differenza! Ad esempio io so benissimo di essere… No. Una volta ero un’idea. E adesso sono…adesso sono un corpo. E in questo corpo è racchiuso me stesso. E me stesso è…”.

Scoppiai in una risata. Stavo davvero ponendo la mia attenzione mattutina alla domanda di una canzone? Alla domanda che, oltretutto, mi era stata posta da uno sconosciuto?
Sì.

Andai in bagno a sciacquarmi il volto e quando il mio sguardo incrociò i miei occhi nello specchio mi domandai:”E tu chi sei? Sono lo studente che segue la lezione a scuola? Il ragazzo che nella notte del sabato attraversa il viale? Sono il cuore che si sta interrogando? Lo sguardo che mi sta fissando? Sono l’idea del principio?”

Guardai l’acqua scorrere lungo la discesa del lavandino. Bagnai il volto con quella stessa acqua, chiusi il rubinetto, fissai nuovamente me stesso allo specchio e mi dissi: “Voglio scoprirlo. Troverò me stesso”

“Dimentica il tuo nome, dimentica il tuo cognome… Mi sono chiesto perché ognuno vuole essere qualcuno, ma nessuno vuole più essere sé stesso”.
Sì, è così che finiva la canzone. Sì… Grazie Marco, grazie sabato sera.

E voi? Vi conoscete davvero?

 

Studentessa in fuga dalla noia, non è un intellettuale, non è un artista. Ha solo una connessione internet.