Spingendo la notte più in là

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Sono stato indotto alla lettura di questo libro dal desiderio di conoscere in maniera più approfondita un periodo, quello relativo ai cosiddetti Anni di piombo, che molto spesso non viene trattato o spiegato in sede scolastica, ma che, essendo stati una porzione (triste) della storia del nostro Paese, sta a ciascuno di noi non presente all’epoca dei fatti tentare di comprendere e rielaborare ciò che contraddistinse tale lasso di tempo, sulla base delle testimonianze di coloro che l’hanno vissuto.

Questo libro forse non adempie esattamente a tale intento, ma fa molto di più: invece di raccontare analiticamente le numerose sofferenze patite (impensabili oggi, ma elementi della vita qotidiana allora), Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi ucciso dalle Brigate Rosse il 17 maggio del 1972, sembra voler dare sfogo alle troppe cose non dette in questi 37 anni, senza tuttavia sfociare nella ricerca di una vendetta o di accuse futili, ma semplicemente narrando in prima persona le vite spezzate di coloro che, come lui, hanno visto interrompersi per lungo tempo (alcuni addirittura per sempre) le proprie esistenze, perchè vedove od orfani di morti a causa del terrorismo. Per questo l’autore non sembra seguire un vero e proprio filo logico nel corso della narrazione, lasciando quasi che le emozioni che si presentano puntuali nel rievocare il dolore proprio e altrui,lo guidino nella scrittura, facendolo passare dal trattare della propria famiglia a temi d più ampio respiro soprattutto sul piano politico.

Ma ciò che maggiormente mi ha colpito di questa meravigliosa testimonianza sono proprio i parenti delle vittime del terrorismo: coloro che, chi con maggiori difficoltà chi con minori, ha deciso, in base alle loro capacità, di rigettare l’idea di concedersi all’oblio, anche se il ricordare fa estremamente male. Mogli, figli, fratelli che, pur vedendosi abbandonati dalle istituzioni, hanno continuato a confidare in esse, nella convinzione che un giorno giustizia sarebbe stata fatta, ingoiando a forza continui soprusi ed ingiustizie perpetrate nel corso degli anni, quali campagne di stampa volte a denigrare la memoria dei loro cari, proposte di grazia, cariche pubbliche e targhe commemorative per i loro uccisori ecc. Vedove e orfani privati di coloro che amavano ma che, nonostante le mille difficoltà, hanno deciso di non lasciarsi trasportare dall’onda di odio e rancore che condusse alle morti dei loro mariti e padri, che hanno scelto non di dimostrarsi superiori ma di esserlo davvero, nella consapevolezza che, come scrive l’autore all’ultima pagina, “bisognava scommettere sulla vita”.

Una persona una volta scrisse: “Cancella, con la tua vita, l’impronta viscida e sudicia che i seminatori impuri dell’odio hanno lasciato”. Questo libro, pur trattando di stragi, odio, calunnie e diffamazioni è un vero inno alla vita, all’amore e alla speranza in essa, nella certezza che le cose possono essre sistemate e migliorate non tramite gli attentatie e le uccisioni atte a rafforzare rivendiaczioni fatte in nome di ideologie che tentano di mascherare il nostro desiderio di essere importanti, ma solo mediante l’impegno, l’amore per la propria patria e la passione per ciò che si fa. E’ un invito a non dimenticare quegli uomini morti per servire il proprio Paese, morti, loro sì, per quel popolo ce i brigatisti miravano a salvare e che invece contribuivano a terrorizzare ed affamare. Ricordiamoli pertanto per quello che realmente erano: eroi, certo, ma soprattutto uomini comuni che amavano e che erano amati, che avevano figli con cui giocavano, sogni per sè e per il loro futuro, ideali da perseguire. Uomini ,insomma, desiderosi di “spingere un pò più in là” l’oscurità di quegli anni, nella speranza che un giorno la luce potesse risplendere ancora più luminosa nella vita propria e degli altri.

 

 

 

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Spingendo la notte più in là
Autore: Mario Calabresi
Genere: Testimonianza
Editore: Mondadori
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 131