Sposami: una fiction dal titolo con le gambe lunghe

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“E’ inutile che insinui, io non mi metto strane cose in testa. Perchè io divorzianda sono e divorzianda resto. Tu la sai che cosa significa divorzianda? Che non mi faccio rovinare la vita per una notte d’amore”.
Qualche giorno fa mi trovavo casualmente accanto ad un televisore, e probabilmente non mi sarei neanche accorto che stavano trasmettendo un telefilm, se non mi avesse colpito una parola mai sentita prima: divorzianda.
A pronunciarla era la protagonista, Nora, che si rivolgeva al suo cane, per provare a spiegargli che lei, nonostante tutto, voleva divorziare a tutti i costi dal marito Ugo, sposato solo qualche mese prima…
La fiction di cui sto parlando è Sposami, trasmessa su Rai1 e conclusa con un grande successo di pubblico: più di quattro milioni di telespettatori per ognuna delle sei puntate trasmesse.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di partecipare ad un corso sulle tecniche di comunicazione usate nelle fiction televisive. Ricordo che il docente, ad un certo punto, ci parlò della teoria del proiettile e della goccia.
Se ti viene incontro un proiettile – ci disse – la tendenza istintiva è quella di scansarlo, per la paura di essere colpito. Ma se invece ti cade addosso una goccia, non la vedi neanche. E così se ne cade un’altra. E a poco a poco, goccia dopo goccia, finisci per bagnarti senza nemmeno accorgertene.
È una teoria che mi ricorda tanto la storia della rana bollita, che tempo fa pubblicammo su questo sito. Ricordate?

Ma torniamo alla fiction ed alla teoria del proiettile e della goccia.
Sposami non è da meno a questa teoria, per quei pochi minuti che ho potuto vedere. Già il titolo è di quelli che ti prendono – soprattutto se sei una donna – e ti fanno sognare una storia d’amore romantica suggellata da quel momento unico nella vita di ogni persona sposata che è il matrimonio.
Peccato che man mano che guardi il telefilm ti accorgi che del matrimonio, poco alla volta, rimane solo la cenere. Unvago desiderio che svanisce tra le mille difficoltà nel mantenere un rapporto che, per sua definizione, dovrebbe essere segnato dalla stabilità, dalla fedeltà, dall’impegno. E che invece cade sotto i colpi di tradimenti, equivoci, scappatelle, gelosie. Il tutto in un clima allegro e spensierato, da “Medico in famiglia”. Colpi che sono leggeri come una goccia.

Eccovi un altro assaggio delle bordate in stile soft di cui è piena la fiction. È un dialogo tra Ugo ed un’amica:
LEI: – Oddio, domani mi sposo. E se ci lasciamo? Non conosco una coppia che rimane insieme, si lasciano tutti… Fino a ieri eravamo due ragazzi che vivevano insieme. Da domani siamo una moglie e un marito.
LUI: – Una moglie e un marito? Ma siete due giovani che… Sì, in effetti una moglie e un marito, non si scappa… – risponde con rassegnazione.
LEI: – E non si può fare niente?
LUI – Non sposarsi, non innamorarsi…
Il dialogo continua, sempre più intimo e personale. Fino a quando lei finisce tra le braccia di lui e lo bacia. Tutto questo alla vigilia del matrimonio di lei.
Ma tranquilli, perché la storia finisce bene: il giorno successivo lei sposa il suo promesso sposo, pur tra mille equivoci e dubbi che si protraggono in maniera grottesca addirittura fino al momento del sì, davanti all’altare.

E non c’erano dubbi che finisse così. Il lieto fine la fa da padrone, e lo stesso accade alla storia portante di tutta la fiction, cioè il matrimonio in crisi tra Nora e Ugo.
Insomma, tutto è molto romantico, tenero, divertente, soft. Una fiction da “e vissero tutti felici e contenti” in chiave post-moderna, però.
Una fiction che lascia tutti soddisfatti ma che però ha una vittima illustre: l’idea stessa del matrimonio. Che sembra sciogliersi, goccia dopo goccia, fino a scomparire del tutto lasciando spazio solo all’amore, inteso come sentimento e basta.
Non ci rimane che sperare in una nuova generazione di sceneggiatori, che sappia mettere la bellezza fin dentro i contenuti di una  fiction, e non solo sul titolo.

 

Per chi fosse curioso, ecco la storia della rana bollita.

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.