Stampare il pericolo

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Sembrano giocattoli, ma sono più pericolose di quelle in metallo, le pistole “stampate” dal ventottenne giapponese Yoshimoto  Imura: il primo nella storia ad essere stato arrestato per il possesso di “3D printed guns”. Imura aveva 5 pistole, due delle quali capaci di fare fuoco. I revolver in questione sono chiamati “Zig Zag” e possono sparare un massimo di sei proiettili calibro 38. Il ragazzo giapponese, aveva postato un video su Internet dove si mostrava con in mano le armi da fuoco, cosa che ha aiutato molto le indagini e costretto il Giappone a reagire di fronte a questo primo e alquanto bizzarro episodio.

Tuttavia non è la prima volta che si sente parlare di “3D printed firearms” poiché già nel 2012, negli Stati Uniti, un giovane, Cody Wilson, è stato per molto tempo al centro di una diatriba sulla liceità di questo tipo di produzione. Il ragazzo era riuscito, infatti, a divulgare attraverso YouTube un file con dati di progettazione per una pistola 3D. La successiva realizzazione dell’arma, alla quale viene dato il nome di Liberator, fa divenire realtà questo nuovo tipo di armi non automatiche in plastica. Se però questa pistola fai da te poteva sparare solo un proiettile, poiché si ipotizza che il surriscaldamento del materiale di produzione possa impedirne un uso prolungato, numerose sono ora le armi che riescono a sparare una raffica di proiettili. Accompagnava il trailer di Liberator il file del progetto, ormai rimosso, scaricato più di centomila volte in appena 24 ore.

Inizialmente gli Stati Uniti si sono dimostrati confusi in merito ai provvedimenti da prendere,  specialmente perché il secondo emendamento protegge il diritto di possedere armi per difesa personale. La nuova legislazione proibisce la pratica descritta ma sarà comunque difficile (se non impossibile) controllare e impedire la distribuzione dei file digitali, così come per ogni altra attività di trading illegale (musica, film ecc.). La produzione di queste pistole implica un procedimento non molto complesso, infatti in presenza del file la stampante 3D riesce con facilità a stampare l’oggetto. Questa tecnologia di 3D printing è a quasi tutti accessibile ed è sempre più facile ottenere un simile macchinario pur considerando il costo abbastanza elevato (il prezzo varia da 1500 ai 6000 euro). Una volta in possesso di queste pistole però, almeno in America, è molto facile acquistare in modo legale delle munizioni. Tutto ciò rende estremamente pericolose questo tipo di armi; a causa della plastica e dei metodi utilizzati nella costruzione, la pistola può trasformarsi, specialmente se in mano a persone non qualificate, in una vera e propria granata. La struttura,  per il materiale flessibile utilizzato, spesso, non regge l’esplosione dei proiettili provocando danni anche a chi impugna l’arma.

Un aspetto che le rende particolari è poi l’impossibilità ad essere identificate da normali controlli di sicurezza come ad esempio i metal detector che la plastica supera senza alcun problema. Seppur questa pratica e la conseguente diffusione potrebbero non ricevere l’interesse e l’attenzione della criminalità organizzata, soprattutto in Europa, l’uso limitato al singolo, non esperto , risulta sicuramente pericoloso e aumenta la probabilità di omicidi. Tuttavia il limitare questo tipo di tecnologia da un lato andrebbe anche contro il processo tecnologico e scientifico. Le stampanti 3D vengono infatti impiegate con successo nella ricerca in campo medico, ingegneristico ed elettronico, semplificando in molti casi il lavoro di esperti e studiosi. Un caso poco noto ma comunque significativo è quello di Alex, un bambino che ora possiede un braccio bionico in plastica stampato grazie a tali attrezzature. I medici che lo hanno aiutato e hanno aderito all’iniziativa ritengono che questa tecnologia avrà largo impiego nel futuro e aprirà nuovi orizzonti nella medicina e nella produzione additiva.

E’ dunque la tecnologia ad essere pericolosa in determinati contesti o è l’uso che ne facciamo a mettere in pericolo noi stessi e gli altri?

Articolo scritto da Giorgio Guido

Cogitoetvolo