Star Wars – Gli Ultimi Jedi

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Dopo l’acquisto da parte della Disney, alla saga più amata della storia del cinema è stata impressa una nuova direzione: quali sono i punti di contatto e di rottura con il passato? Come si può gestire una eredità così ingombrante, senza gettarla al vento ma al tempo stesso creando lo spazio per il nuovo?

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, esisteva una saga capace di attraversare lo spazio ed il tempo fino a conquistare i cuori di diverse generazioni di telespettatori in ogni parte del mondo, entrando a far parte dell’immaginario e della cultura collettiva del nostro secolo. Correva l’anno 1973 quando George Lucas diede vita al primo film di quella che sarebbe diventata poi la leggenda.

Oggi esce il nuovo capitolo della terza trilogia, che porta la firma del colosso Disney. Cosa resta oggi di quella saga originaria, dei suoi temi e dei suoi ideali? Che eredità ci ha lasciato, e come è stata raccolta?

È difficile parlare della saga classica senza un certo timore reverenziale, una sorta di aura patinata dal tempo che mette al riparo dalle critiche i difetti pure in essa presenti. Al contrario è fin troppo facile esporre alla pubblica gogna i nuovi film, rei anche solo di osare il confronto con i mostri sacri del passato. Difficile è mantenere un equilibrio nel parlarne: soprattutto nel caso di un film come “Gli Ultimi Jedi”, destinato a dividere fortemente i fan in due distinte fazioni.

Questo perché se “Il Risveglio della Forza” metteva d’accordo tutti presentandosi come epigono de “Una Nuova Speranza” (per larghi tratti un remake, verrebbe da dire), questo secondo capitolo si imbarca nella pericolosa e difficile impresa di staccarsi dal porto sicuro della tradizione e cercare fortuna lungo nuove rotte inesplorate.

“Gli Ultimi Jedi” è una vera e propria operazione iconoclasta, mossa da una sistematica quanto dichiarata volontà di tagliare i ponti col passato. Nelle prime scene del film questo è espresso in modo fin troppo chiaro quando sia Luke che Kylo Ren si gettano alle spalle rispettivamente la spada laser e la maschera da emulo di Darth Vader – suvvia, non è uno spoiler. I produttori ed il regista di questo film hanno istituito nei confronti della saga tradizionale un vero e proprio Comitato di Salute Pubblica, che ricorda gli anni del Terrore della Rivoluzione Francese.

Il paradosso di tutte le rivoluzioni è che non si può affermare il nuovo senza distruggere il vecchio; ma non sempre la direzione da prendere è così chiara.

“ We are always running for the thrill of it, never looking down I’m just in awe of what’s in front of me”, cantavano gli Empire of the Sun. Una frase molto simile viene detta a Luke nel film, e coglie molto bene la contraddizione di questa pellicola.

Perché dopo un film conservativo come “Il Risveglio della Forza”, un cambio di rotta così repentino è a dir poco disorientante. Tagliare i ponti col passato sarebbe stato comprensibilissimo per il primo capitolo di una nuova trilogia, ma che questo accada in un secondo episodio, che segue un primo totalmente devoto alla tradizione, appare francamente sconcertante. Il cambio di regista – Da J.J. Abrams a Rian Johnson, con il ritorno di J.J Abrams per il terzo episodio! – non fa che aumentare la confusione. La domanda sorge spontanea: è chiara la rotta che si vuole seguire, è salda la mano del timone, o siamo balia del vento?

Persino i due lati della Forza non sono mai sembrati così confusi, separati da un confine sottile, a tratti intercambiabili. Su questa falsariga sta forse la grande innovazione della saga: la connessione fra Rey e Kylo Ren, che sono due protagonisti il cui destino è indissolubilmente legato più che il classico buono ed antagonista.

Ma non sono gli unici confini a risultare confusi. A tratti sembra che l’universo Marvel abbia sconfinato in questo, e che i Guardiani della Galassia si siano infilati fra le file dei ribelli. Finché sono gli animaletti a guidare le gag comiche va bene, ma quando viene tirato in mezzo il generale Hux (un supercattivo, sulla carta), sembra la parodia dei Monty Python. Il cameo di Benicio del Toro non si integra con la storia – e Star Wars non ha mai basato il suo successo sulla partecipazione dei grandi attori. Resta anche la sensazione che alcune sotto-trame, location, e personaggi (Snoke! Snoke!) si potessero sfruttare decisamente di più.

Sia chiaro, non vogliamo mettere in croce questo film. Come insegna Zarathustra, non si è buoni allievi di un maestro se lo si segue per tutta la vita, e il coraggio di chi si prende dei rischi va comunque riconosciuto. La riflessione però è necessariamente più ampia.

Star Wars nasce dalla mente di un uomo, George Lucas, che grazie alla sua potenza creativa ha fuso le sue influenze giovanili e quelle della sua epoca con le grandi mitologie del mondo, riattivandole in una forma adatta al mondo moderno. Per questo hanno avuto una portata così universale. In un mondo moderno assetato di miti, Star Wars è stato quanto di più si avvicinava ad esso per una cultura pop come la nostra. I personaggi non sono stati inventati o creati, ma “rivelati” come appartenenti all’inconscio collettivo di ognuno di noi.

Con l’ingresso della Disney, Star Wars diventa una operazione commerciale di una multinazionale più attenta a vendere nuovi pupazzetti che a mantenere intatto lo spirito della storia. Registi diversi vengono chiamati a scrivere e dirigere episodi diversi, privati della possibilità di una visione di insieme.

E questo, purtroppo, si sente.

Un giorno, ne siamo convinti, ricorderemo “Gli Ultimi Jedi” non tanto come l’episodio due della terza trilogia, ma come lo spartiacque fra un prima ed un dopo. Quando saranno usciti 27 film di Star Wars, e probabilmente ne saremo saturi, ricorderemo questo film come l’inizio di una nuova, interminabile saga. Che con quella originale ha poco da spartire, a parte il nome.

Giacomo Taggi

Romano con una certa passione per la Filosofia. Scrittore e Sceneggiatore, amante delle storie in ogni loro forma.