Storia di Laura che nella sofferenza non smette di sognare

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Sono trascorsi tre anni dall’1 luglio 2010 quando, a Catania in piazza Dante, una pallottola vagante colpì la studentessa universitaria Laura Salafia, originaria del siracusano, appena uscita dalla sede della Facoltà di Lettere. Ad aprire il fuoco, ferendo gravemente la ragazza, era stato Andrea Rizzotti  per vendicarsi di un uomo che pare lo ingiuriasse e che passava da lì in quel momento. Da allora è rimasta paralizzata e ospedalizzata; ha affrontato delicate operazioni e terapie specializzate prima, per più di un anno, nel centro di Montecatone nei pressi di Imola, poi all’Ospedale Cannizzaro di Catania in un percorso riabilitativo finalizzato a consentire la massima autonomia possibile. La settimana scorsa il Comune le ha dato in comodato un “domicilio protetto”, una casa adattata alle sue esigenze e pensata anche per i suoi genitori, arredata gratuitamente da un mobilificio di livello internazionale. Continuerà ad essere seguita a domicilio da medici, infermieri e fisioterapisti.

 

Laura Salafia, 36 anni, ci accoglie con un sorriso e lo stesso accompagna tutto il nostro incontro anche quando i ricordi tristi vi si scontrano duramente. Il rumore della città è annullato, in quell’ora del pomeriggio, dalle sue parole scandite ma decise. Dopo tre anni in ospedale, è tornata in una vera casa dove vive con i genitori e la giovane badante che – dice Laura – «è ormai una sorella per me».

Cosa vuol dire abitare di nuovo in una casa con i suoi genitori?
Per me è come se fosse un’esperienza nuova perché avevo perso il senso di stare in una casa. Non mi sono ancora abituata, mi sembra strano, ma forse è solo uno stato psicologico che mi dà un po’ tensione in certi momenti mentre in alcuni sto bene e dimentico pure la mia condizione. Sono contenta di stare insieme ai miei genitori, non vedevo l’ora di riprendere la mia vita. È normale che ci siano degli sforzi da fare perché ogni cambiamento, se da un lato è stimolante, dall’altro è difficoltoso, ma questo vale per tutti. Nel mio stato cerco di affrontare i problemi nel migliore dei modi.

In questi anni di ospedalizzazione non c’è stata un’abitazione, ma c’è stata una famiglia, innanzitutto i suoi genitori, poi il personale ospedaliero ed altri amici.
Sì, è un messaggio che dovrebbe arrivare a tutti: se si ha una famiglia accanto, le difficoltà si possono superare. I miei genitori ci sono stati sempre! Questo per me è stata una grande forza, anzi siamo stati tutti e tre una forza insieme. Ho fatto la mia parte anch’io: non pesare ulteriormente sulle loro fatiche, nei momenti in cui stavo molto male non fargli capire nulla, non lamentarmi. Fondamentale è stata la presenza di medici, infermieri ed altre persone con cui ho legato moltissimo.

Dove ha trovato la forza per affrontare tali sofferenze?
All’inizio di questa vicenda io mi sono rivolta a Gesù e gli ho detto che avrei donato agli altri tutta la mia sofferenza, perché Lui potesse aiutare chi stava peggio di me. Inoltre ho chiesto che ciò che era successo, potesse scuotere le coscienze delle persone intorpidite come da un sonno che non fa capire ciò che ci circonda. Non ci si rende conto che chi ti sta accanto può avere problemi, siamo indifferenti, non ci poniamo domande, né diamo delle risposte nel quotidiano se vediamo che qualcosa non va. Dentro di me sento grande sofferenza e credo che donarla agli altri sia il modo migliore per sentirne meno, cercando di stringere i denti e andare avanti come Gesù ha fatto per noi. Per me è un maestro nella sofferenza.

Come si fa a mantenere la fede quando accadono eventi così gravi?
La fede è un mistero: o la si accetta in qualunque situazione o non la si accetta affatto. Ti puoi fare domande, ma spesso non avrai risposta anche quando stai bene. Dunque devi credere come atto di abbandono in Dio. Questo l’ho imparato dalla mia famiglia, l’ho rafforzato in questi anni grazie alla vicinanza di tanti amici. Tra questi ultimi è particolare lo scambio epistolare con un detenuto che mi scrive tramite un’amica suora benedettina. Sono lettere di chi ha compreso gli errori commessi, piene della coscienza dell’errore, di chiedere perdono. Perdonare non è facile, sulla terra ci sono i tribunali, in cielo appartiene a Dio a cui affido il perdono anche di colui che mi ha sparato.

Quando pensa alla vita prima di quello che chiama “il suo incidente”, come fa ad andare avanti?
Prendo di positivo quando c’è in questa vita! Ogni vita infatti vale la pena di essere vissuta, poiché è un dono. Le difficoltà non mancano a nessuno: c’è chi si fa problemi per nulla e vive male, non rendendosi conto che l’esistenza è unica e non va sprecata. Nella mia condizione cerco di testimoniare il valore di ogni attimo!

Oltre le lettere ha incontrato i giovani nelle scuole: come ha vissuto questi incontri?
Mi hanno chiesto il segreto per andare avanti. Ho risposto cercando di trasmettere la voglia di vivere! Loro sono i cittadini di domani ed è necessario stimolarli a non fermarsi all’esteriorità perché la vita è altro fuori dall’omologazione. Pensare singolarmente cambia la vita, forse isola un po’, ma è meglio che non pensare o farlo con la testa di altri. Sono contenta che Papa Francesco incontri in questi giorni milioni di giovani, un uomo semplice che riesce ad entrare nel cuore di tutti. Ci deve essere qualcuno – e può essere lui – che possa “perforare” il cuore dei giovani, scuoterli, fargli capire ciò che conta, con poche parole, uno sguardo, un sorriso! Vorrei tanto essere anch’io con loro a Rio, ma pure da qui seguirò la GMG con gioia.

Ha un sogno per la sua vita?
Ho tanti sogni e crescono ogni giorno di più. La vita stessa lo è! Se non ci fossero, non si potrebbe vivere bene. Bisogna tenerli accanto, coltivarli, perché rendono la vita più dolce, aiutano a crescere. Anche quando nella realtà non c’è un riscontro, non si deve mollare, bensì impegnarsi perché si trasformino in realtà. Il mio sogno più grande è quello di laurearmi in Lettere Moderne e non smetto di fare dei passi per riuscirci.

Pubblicato su Avvenire del 23 luglio 2013

Ufficialmente Prof. di Lettere in un liceo di Catania, quando mi tolgo gli occhiali, entro in una cabina telefonica e indosso una tuta col mantello sono anche giornalista, scrittore e educatore...o forse è il contrario?! Sicuramente mi piace vivere con i piedi per terra, lo sguardo in cielo e le maniche rimboccate per agire.