Storia di una ladra di libri

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Un film di Brian Percival. Con Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch. Sceneggiatura: Michael Petroni. Titolo originale: The Book Thief. Paese: USA, Germania 2013. Durata: 131min. Data di uscita: 27/03/14. Target: 11+.

Germania, 1938. Liesel, una splendida bimba di dieci anni, viene adottata da due anziani signori tedeschi, Hans e Rosa. L’inasprirsi dell’ideologia nazista e lo scoppio della seconda guerra mondiale non impediscono a questa singolare famiglia di dimenticare la propria umanità: nasconderanno, infatti, nella loro casa un giovane ebreo che tenta di fuggire dallo sterminio…

Himmelstrasse, Via del Paradiso. È questo il nome della strada dove Liesel approda per la prima volta per essere adottata, dopo essere stata abbandonata dalla madre, costretta a fuggire via dalla Germania perché comunista.
La bimba ha con sé solo un libro che non sa leggere, una foto del fratellino morto e una grande voglia di apprendere, di capire, di amare ed essere amata. Sebbene la stradina in cui si trova a vivere abbia ben poco di paradisiaco, Liesel si ritrova a vivere in mezzo a persone apparentemente ordinarie, ma in fondo eccezionali:  la madre adottiva, apparentemente arcigna e bisbetica, nasconde un animo nobile e gentile, mentre il padre, colto e dal grande cuore, le insegna pazientemente a leggere e scrivere, trasformando una polverosa e buia cantina in un grande abbecedario.
Ed è proprio la lettura che apre a Liesel le porte di un mondo assolutamente nuovo e magico, nel quale la bambina si tuffa senza remore, con tutto l’entusiasmo e la curiosità che solo i bimbi più intelligenti riescono a manifestare.
Riuscire a comprendere i misteriosi segni stampati sulla carta, carpirne il suono e impararne il significato, scoprire nuove parole e nuovi concetti. È attraverso questi passaggi apparentemente semplici che la protagonista riesce a dare un significato alla propria misera esistenza e ad emanciparsi da un mondo in cui il dolore e la paura regnano sovrani.
A fronte della non-cultura del regime nazista, che plagia le menti con idee che infiammano gli istinti più oscuri di un popolo che brucia i libri, Liesel e i personaggi che le sono attorno rispondono rifugiandosi nella letteratura e negli affetti più autentici.
Perché è solo la letteratura che permettere di evadere, che dà gli strumenti per la comprensione del reale, che stimola le ali della fantasia e sprona a non perdere la speranza, anche di fronte ad un regime che inneggia alla guerra e alla purezza della razza.
Ed è solo attraverso l’amore autentico e puro che si trova all’interno della famiglia e dell’amicizia più genuina si può trovar spazio per l’umanità più vera, quella che spinge Hans e Rosa, pur in una minuscola casa, a nascondere Max, un ragazzo ebreo in fuga dal destino di morte dei campi di concentramento.

Interessantissimo, anche se forse non abbastanza approfondito, è il singolare rapporto che si instaura tra Max e Liesel che durerà tutta la vita. Il ragazzo è timido ma molto colto e non fa altro che completare la formazione culturale della bambina. In realtà, sarebbe errato pensare ad un rapporto a senso unico, come quello tra maestro e allievo: i due si completano a vicenda, si donano affetto reciprocamente, regalando all’altro tutto ciò che possiedono, mettendo a nudo in modo autentico e naturale la loro interiorità.
“Scrivi!” dice Max a Liesel, regalandole un taccuino vuoto. Perché, continua, non bisogna aver paura di immergersi nel vuoto delle pagine bianche, non bisogna aver paura di incatenare nella scrittura la bellezza del mondo che ci circonda, la tumultuosità dei sentimenti che agitano e animano il nostro cuore: le parole sono vita.

Questa feconda amicizia si inserisce in una cornice in cui la guerra, la morte, il dolore, la crudeltà del regime nazista vengono sì avvertiti chiaramente, ma sono in un certo senso ammorbiditi. Bello e approfondito è invece il rapporto di amicizia tra la nostra piccola protagonista e il bambino dai capelli color limone che l’accompagna in tutte le sue peripezie.
Il film, e il libro di su cui la sceneggiatura è basata, si pone perfettamente sulla scia di un filone cinematografico, inaugurato dal magnifico Train de vie di Radu Mihăileanu, che affronta il tema dell’olocausto a volte in modo ironico, quasi canzonatorio, altre attraverso un registro più morbido e leggero, ben lontano dalla crudezza di certi racconti a cui siamo abituati.
L’orrore della Shoah, seppur sempre presente, resta sullo sfondo e tutti i personaggi che si avvicendano sullo schermo sono tratteggiati in modo assolutamente realistico. Cade lo stereotipo dell’ufficiale nazista rigidamente cattivo, che urla e sputacchia e fa della crudeltà il suo unico modo per rapportarsi con il resto del mondo. Anzi, il borgomastro, esponente di spicco del partito nazista, nasconde in una casa lussuosa e altera una moglie dal cuore dolce, distrutta dalla perdita del figlio, che permette a Liesel di metter piede in un luogo assolutamente paradisiaco, che è un po’ il sogno di tutti i lettori: una biblioteca meravigliosa, con scaffali ricolmi di libri che salgono fino al soffitto, poltrone morbide, luci soffuse.
Anche le maestre, i vicini di casa, i bulletti della scuola, la burbera matrigna: tutti sembrano essere dominati da un alto senso della ragionevolezza e della morale. Non sono né assolutamente buoni, né rigidamente cattivi. Sono, semplicemente, esseri umani, con le loro debolezze e la sempre presente voglia di essere amati da qualcuno.

Unica nota stonata in una melodia quasi perfetta risulta essere chiaramente la voce fuori campo, che lo spettatore non fa fatica nell’identificare con la Morte.
Penalizzata un po’ dal doppiaggio, che ultimamente delude nei film italiani, la voce fuori campo, che interviene sporadicamente, introduce un punto di vista fatalista e ineluttabile che stride evidentemente con il senso della narrazione.
Se la storia di Liesel vuol insegnarci che la cultura e l’amore sono l’unico modo sicuro per riscattarsi dal dolore dell’esistenza, la Morte ci ricorda – come se non lo sapessimo già – che tutto ha comunque una fine e non c’è possibilità di riscatto alcuna.

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.