Storia di una rinascita

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28 novembre 2014. L’auditorium del liceo è gremito. Tra chiacchiere sommesse e mormorii, studenti e insegnanti attendono con trepidazione il suo arrivo. Si diffonde la notizia che è appena salita su un taxi e che a breve sarà nella scuola. L’attesa sale. Emozione e curiosità si mescolano in un clima di generale entusiasmo. Poco dopo Lucia Annibali fa il suo ingresso nell’auditorium. Il suo incedere è quello di una donna forte e sicura di sé. Non potrebbe essere altrimenti.

La sua storia inizia il 16 aprile 2013, quando trova ad attenderla a casa un uomo incappucciato che le tira dell’acido sul volto. Il mandante dell’aggressione è il suo ex fidanzato. Lucia si ritrova con il viso sfigurato, la mano destra ustionata, non riesce più a vedere. L’acido corroderà la sua pelle, ma non scalfirà la sua forza. Da allora intraprenderà un lungo e faticoso cammino che la porterà a dimostrare a se stessa e agli altri di non essere stata sconfitta. E oggi è qui per dirlo anche a noi. Accanto a lei c’è Giusi Fasano, giornalista del “Corriere della Sera”. Prendono posto sul palco, accompagnate dallo sguardo incuriosito di centinaia di ragazzi.

L’incontro inizia con la riproduzione di un video. Proiettate sulla parete alle loro spalle, le foto iniziano a scorrere. Un melodico sottofondo musicale accompagna il fluido susseguirsi delle immagini, unico suono percettibile in una stanza in cui è calato il silenzio. Una foto ritrae Lucia sdraiata nel letto d’ospedale, con il volto completamente bendato, mentre beve una minestrina con la cannuccia. In un’altra è con Edoardo Caleffi, il direttore del Centro Grandi Ustionati di Parma. E poi ancora con le amiche, mentre fa il segno di vittoria tenendosi un panama sulla testa, mentre sorride. Sono foto di sofferenza, ma anche di gioia, in cui al dolore fisico si affiancano una consapevolezza e una determinazione che vanno oltre le ustioni sul viso, oltre le cicatrici: in esse traspare tutto l’orgoglio di avercela fatta e di farcela ogni giorno. Quando termina il video, si leva spontaneo un lungo e fragoroso applauso.

L’incontro procede con la lettura di alcuni passi del libro di Lucia e Giusi “Io ci sono” e con le domande degli studenti. Lucia risponde a ogni richiesta con grande disponibilità, raccontando la sua storia di non amore, rivolgendosi direttamente a noi ragazzi. E lo fa con la semplicità e la lucidità di chi ha saputo reagire a una relazione distruttiva, con il coraggio di chi è riuscito a trasformare il male in un’occasione di umanità per sé e per gli altri. Ci spiega che la volontà di ricominciare una nuova vita è nata nei giorni bui e solitari in ospedale, quando ancora non si sapeva se la vista sarebbe tornata, quando ogni trattamento, ogni bendaggio, ogni medicazione procurava un dolore lancinante, ma costituiva anche un piccolo passo avanti per la riconquista della propria dignità. In ospedale Lucia ha deciso di riemergere dal buco nero in cui il suo corpo e la sua vita erano stati risucchiati, di non lasciarsi andare e di sopportare tutti gli interventi necessari per guarire. Ha deciso di rinascere e di accettare la propria diversità come opportunità di crescita e miglioramento. Raccontando la sua esperienza Lucia ci esorta ad apprezzarci per ciò che siamo, a scegliere il rispetto per il nostro corpo, a non permettere a nessuno di convincerci che ci sia qualcosa che non va in noi. Ci invita ad essere originali, gentili e generosi, a fare la differenza, ad essere brave persone. Parla di amore, quello vero, “che non tollera nessuna violenza” perché “anche solo uno spintone per una discussione qualsiasi è la negazione dell’amore”. Ripete che una storia che fa perdere il controllo della propria mente, che  annienta, che costringe a rinunciare alla propria indipendenza non è amore. Perché l’amore è quello che ti rende una persona migliore senza pretendere alcun cambiamento. Che dà senza voler ricevere nulla in cambio. E necessita di intelligenza e rispetto. Soprattutto rispetto.

In auditorium l’emozione è palpabile, è negli occhi lucidi e negli sguardi di tutti i presenti. Perché oltre alla sofferenza psicologica, all’aggressione subita, al faticoso e doloroso iter medico affrontato, Lucia é riuscita a trasmettere un importante messaggio di speranza e di solidarietà. Ci ha reso partecipi di qualcosa di grande e arricchente: la consapevolezza che la relazione che ci lega agli altri deve essere fondata sulla fiducia e sulla mutua empatia. Al termine dell’incontro ci fermiamo per scattare qualche fotografia, per farci firmare le copie del libro, per comunicarle la nostra vicinanza.

Prima di uscire leggo la dedica sulla prima pagina: “Ad Elena, grazie per aver voluto conoscere la mia storia. Lucia.” Grazie a te per averla voluta condividere con noi, diventando un punto di riferimento per tutte quelle donne che sono ancora prigioniere di un non amore.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.