Strano animale, l’uomo

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Strano animale, l’uomo. Non credo di incorrere in alcuna contraddizione  affermando che, in tutta la compagine degli esseri viventi, esso occupi un ruolo, se non privilegiato, almeno – lasciatemelo dire- particolare. Il solo capace di autodeterminarsi, di modificare il mondo che lo circonda in relazione ai propri bisogni; unico animale cui sia consentito indicare concetti astratti, riflettere, meditare circa la propria esistenza. Una creatura niente male.

Ma le sue infinite potenzialità rischiano di poggiare su basi d’argilla, proprio alla luce dei problemi derivanti da questa sua autoconsapevolezza. Come è veritiero quel detto sapienziale per cui “chi aumenta la conoscenza, aumenta anche il dolore”! Proprio per questo i neonati, i bambini, sono sempre così sereni, osservano il mondo con semplicità: tutto appare nitido ai loro occhi sgranati e lucenti, perché son privi di quella coscienza che si affina e s’acquisisce col tempo, edificata attraverso l’esperienza dei propri limiti. L’infanzia è un periodo meraviglioso, necessario, costitutivo, ma ha come suo sbocco naturale la successiva crescita e maturità (fisica e intellettuale).

Ed è in questa esatta congiuntura che convivono, in precario equilibrio, la grandezza e la fragilità umana: la sua maggiore consapevolezza lo nobilita rispetto alla restante parte del regno animale, ma lo rende inquieto, inducendolo a sentirsi inadatto, minuscolo e inconsistente al cospetto di questa realtà in cui è stato inconsapevolmente calato, senza che qualcuno gli avesse prima chiesto il permesso. Si profilano gli enormi affanni che ne derivano, le paure, i timori. L’animale non si domanda che senso abbia la propria vita, l’uomo sì; e si spaventa, trema, piange, si dispera; cerca di spiegare alcuni avvenimenti, zone d’ombra che non possono essere circoscritte dalla nostra mente.

Come non pensare al “Pastore” del “Canto notturno” di Leopardi! Una non ben precisa steppa dell’entroterra asiatico. La notte. Gelo, la solitudine più totale, un fuoco come unico avvolgente conforto e le stelle sfavillanti sopra la testa, infinite, fredde e lontane, eppure così belle e immutabili. Un rozzo e ignorante pastore interroga la Luna (sola interlocutrice disponibile) per far luce sul senso della propria vita e di tutti gli altri uomini. Egli non ha studiato, non ha viaggiato, non conosce il mondo, da sempre dedito alla pastorizia; ma è un uomo consapevole, ha toccato con mano le asperità della condizione umana, e tanto basta.

Perché veniamo al mondo? Perché la morte? Perché tutte queste stelle? E ancora “Che vuol dire questa/ solitudine immensa? Ed io che sono?”  Ma niente, le sue grida si perdono vuotamente nell’etere; l’astro rimane freddo, muto, e il mandriano è indotto ad invidiare il suo gregge che, indifferentemente belante, non ha di che preoccuparsi: “o greggia mia che posi, o te beata,/ che la miseria tua, credo, non sai!/ quanta invidia ti porto!”.

In fondo, anche noi, pastori nella selva della vita, poniamo domande che non sempre trovano risposta, come sassi lanciati nel buio della notte. E ci rammarichiamo, perché vorremmo tutto, subito, nero su bianco, chiaro e delineato. Ma l’esperienza ci mostra quanto questa speranza sia distante dalla nostra reale condizione.

Arduo il bivio che si para davanti: attraversare questa vita come le pecore del gregge, chiudendo gli occhi al mistero dell’esistenza; oppure guardarci dentro, cercare, anche soffrendo, ma con la speranza di intercettare almeno un bagliore, una scintilla di quella verità che portiamo dentro.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.