Studente, dico a te, surge et ambula!

0

Da sempre, si sa, a noi ragazzi non piace molto studiare, laddove con la parola studiare intendiamo svolgere i compiti per casa. Un liceale medio passa circa cinque ore del giorno a scuola e altre due o tre ore del pomeriggio a casa a studiare: questo vuol dire che, se escludiamo le ore notturne, il tempo da dedicare ad altre attività che esulino dallo studio è alquanto limitato, e che un liceale passa abbondanti ? della sua giornata alle prese con la scuola e con i libri di testo. È ben triste, quindi, vedere che un ragazzo tra i quattordici e i diciannove anni, il periodo più bello della vita, debba passare intere giornate a fare qualcosa che non gli piace, o almeno che non lo fa impazzire di gioia.

Essendo, però, stato così da sempre, la scuola e le istituzioni tendono a non considerare un problema ciò che invece, dal punto di vista del liceale, è una sottospecie di tragedia! Le cause di questo disinteresse per lo studio vengono perciò attribuite alla spensieratezza dell’età adolescenziale o alla mancanza di maturità dei giovani, tutti aspetti che si ritiene siano assolutamente normali per la nostra età e quindi irrisolvibili e trascurabili. Per questo motivo la scuola rimane la stessa da anni e anni, con le solite alzatacce mattutine a viso imbronciato e i soliti insegnanti da considerare come “il nemico”? Sempre per questo motivo si arriva al problema vero, quello più grave: gli studenti arrivano a identificare il loro studio e la loro preparazione umana e culturale con la scuola e con i compiti a casa, cosa che li porta a vedere lo studio come un qualcosa di negativo e a spegnere il cervello nello stesso momento in cui si chiude lo zaino perché i compiti sono finiti.

Tutto questo, però, è solo colpa di noi studenti? Non sarà forse che ci mancano gli stimoli necessari a entusiasmarci davvero per lo studio? Qualsiasi ragazzo ha bisogno di risposte e ciò si applica anche in ambito scolastico: un adolescente non riesce a studiare solo per “senso del dovere”, oppure per la paura delle interrogazioni; ha bisogno, cioè necessita profondamente, di associare il suo studio ad un fine. In un mondo, dunque, che sta cambiando, è normale sentir chiedere da parte di un liceale: “Ma a che serve studiare latino e greco, che sono lingue morte?” oppure “Ma perché studio la storia del Medioevo, dove ci sono solo stupidi re oppure papi che fanno la guerra?”. Se non si danno risposte a queste domande, che non sono affatto banali, non ci potrà mai essere un interesse reale per lo studio. Le risposte, dunque, devono essere concrete e chiare.

Ecco, a parere mio, un tipo di “risposta” adeguata al problema. L’associazione Consules organizza da qualche anno, in associazione alll’ONU, un progetto denominato MUN (Models of United Nations), rivolto a ragazzi del liceo e dell’università. Tale progetto prevede un corso preparatorio di tre mesi su svariati argomenti (relativi all’ONU, ai rapporti internazionali, alle politiche estere di singoli paesi, ?) al termine del quale una delegazione di ragazzi provenienti da diversi istituti scolastici si reca a New York a simulare una seduta delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro (ovviamente in inglese!). Il MUN è un esempio di ciò che intendo per “stimolo” agli studenti: esso, infatti, oltre ad essere utilissimo per l’acquisizione di conoscenze sia in campo linguistico che geo-politico, prevede un viaggio all’estero e un’applicazione “su campo” di ciò che si è studiato.

Questo, secondo me, è l’unico modo per poter stimolare davvero gli studenti, e cioè proporre delle alternative valide alla didattica tradizionale, possibilmente anche sulla base di proposte derivanti dagli studenti stessi. Noi giovani, infatti, non ci sappiamo “accontentare” né siamo contenitori vuoti nei quali inculcare solo concetti e nozioni: noi esistiamo e siamo persone e come tali possiamo e dobbiamo essere propositivi per poter “fare” noi la scuola.

Voi cogitanti che ne pensate? Avete qualche proposta?