Studia che ti passa!

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Bisogna investire nella formazione, nella conoscenza, nell’educazione, si ripete fino alla nausea in tempo di crisi. Perché, dicono, il lavoro c’è, ma le aziende hanno difficoltà a reperire personale qualificato, certi lavori gli italiani non li vogliono più fare, i giovani hanno troppe pretese, sono ignoranti, pensano solo a consumare e a navigare nel mare delle opportunità di relazioni virtuali, non si adattano… 

Non si adattano? Commessi, baristi e cassieri di supermercati si collocano ai primi posti nella classifica dei mestieri. L’anno scorso, in Piemonte, per un suo nuovo megastore l’Ikea cercava cento commessi ed è stata travolta da 20 mila domande di giovani disperati in cerca di un’occupazione a tempo indeterminato. Già, perché i posti a disposizione erano senza scadenza. E vuoi mica sputarci sopra, considerato che ormai in Italia i contratti a termine sono più della metà.

Nell’esercito dei 20 mila c’era anche Federica, laureata in Psicologia, da anni in cerca di sostentamento, disposta a fare qualunque lavoro, anche la colf (e l’ha fatto!), pur di guadagnare qualcosa. “Sto perdendo le speranze di trovare un lavoro che mi piaccia e di realizzarmi. Sono insoddisfatta, stanca, affannata, delusa, rabbiosa. Si parla tanto di crescita della conoscenza, ma poi ai giovani si offrono soltanto lavori e salari modesti. Sto pensando seriamente di andarmene dall’Italia, che ormai è diventato un Paese del Terzo mondo”. Sperando che non la rispediscano indietro.

La crisi può essere occasione di ripensare il nostro stile di vita, di riscoprire la sobrietà, di riportare l’etica nell’economia, di rivedere le priorità, di diventare più responsabili. Giustissimo, ma vallo a raccontare a Marco, 32 anni, operaio. “Io – dice – è da anni che non vado in vacanza, che giro in bicicletta non perché è di moda ma perché una macchina non posso permettermela, che fatico ad arrivare alla fine del mese, che faccio la spesa al discount e vesto cinese, che non posso portare la mia famiglia un week end da qualche parte a meno che non organizzi la parrocchia, che mi tengo la lavatrice rotta e mia moglie è costretta a lavare a mano”.
Considerate se Marco è un uomo spendaccione. Tra i pochi piaceri che si concede, una pizza ogni tanto con gli amici del calcio e le sigarette (peraltro sempre più care). E comunque trova sempre qualcuno che gli fa il predicozzo di stare attento alle spese, di non fumare perché fa male e costa, di provare a mettere qualcosa da parte altrimenti in caso di emergenza sono guai, di fare un corso di formazione per qualificarsi e trovare un lavoro più remunerativo…

Si dice anche che lo stato di disoccupazione è un’importante occasione per scoprire e investire nei propri talenti per trarne vantaggio, affermarsi e crescere. Al Summit italiano sui Talenti che si è svolto alcuni mesi fa a Milano, organizzato da Business International (società del Gruppo Fiera Milano che dal 1987 opera nell’ambito dell’informazione, formazione e consulenza per le imprese) è stato sottolineato come in un periodo di crisi economica globale la scelta delle imprese di tagliare il personale e ridurre gli investimenti nella formazione e nella ricerca a lungo termine non si riveli una strategia vincente. Vincente è, invece, la strategia di scoprire e liberare i talenti, di valorizzare le risorse umane. Ci sembra ovvio, oseremmo dire.

L’Ocse, l’Organizzazione europea per la cooperazione e lo sviluppo economico, nel suo recente rapporto “Obiettivo crescita” ha esortato i governi ad avviare rapidamente progetti infrastrutturali, ad aumentare le spese per la formazione, “in modo che i lavoratori possano acquisire le competenze indispensabili appena migliorerà il mercato del lavoro”, a ridurre le imposte sui redditi di lavoro e a ridurre gli ostacoli che impediscono la concorrenza. Non ultimo, il suggerimento di migliorare il sistema di istruzione, soprattutto universitario.
In Italia, spiace ribadirlo, la situazione è sconfortante. A partire proprio dall’istruzione: nel secondo dopoguerra l’obiettivo era di innalzarla alla scuola media inferiore, oggi invece è doveroso puntare a quella superiore. I risultati finora raggiunti risiedono in questi pochi dati: fra gli italiani di età 25-34 i laureati sono 17 su cento, mentre in Germania sono 22, nel Regno Unito 37, in Spagna e negli USA 39, in Francia 41, in Giappone 54.
Non potrebbe essere diversamente, considerato il ridottissimo numero di laureati nella popolazione di età più avanzata, 55-64 anni: solo 9 laureati su cento (in Francia sono 16; in Germania e Regno Unito 23-24, negli Usa 38). “Bella roba – si sfoga Francesca, appena laureata – Proprio quelle persone prive di laurea che si tengono ben strette le poltrone del potere ci dicono che dobbiamo imparare un mestiere, studiare di più, qualificarci, prepararci per quando la crisi sarà finita. Perché la crisi finirà, dicono. Finirà anche per noi giovani? E da anni che peniamo, che ci stiamo inventando i mestieri più improbabili per ritagliarci uno spazio”.

Siamo in crisi, dovremmo investire di più nella formazione ma non si può perché quasi tutte le risorse sono assorbite dalla cassa integrazione e dalle politiche di emergenza per arginare il travolgimento delle molte persone rimaste senza lavoro. “E allora perché non fanno altro che dire che è proprio in periodo di crisi che gli investimenti sulla formazione devono aumentare? – chiede Nicolò, 29 anni – Io sono stato licenziato, mi piacerebbe molto scoprire e valorizzare i miei talenti, essere sostenuto, considerato. Adesso mi sento un fallito, un ramo secco da tagliare, di nessuna utilità per nessuno. Fatemi lavorare e costruire un futuro. Non toglieteci la speranza”.
Siamo in crisi, figuriamoci se possiamo dedicare più risorse all’istruzione universitaria, alla ricerca e allo sviluppo. Già prima l’Italia non si collocava in testa alla classifica per quanto riguarda la spesa pubblica in questi settori. All’istruzione universitaria il nostro Paese destina lo 0,78% del prodotto interno lordo contro il 2% dei Paesi Scandinavi, l’1,02 del Regno Unito, l’1,16 della Germania, l’1,21 della Francia, l’1,32 degli Stati Uniti. Al settore strategico della Ricerca e Sviluppo il nostro Paese, tra risorse pubbliche (prevalenti) e private, destina l’1,10% del Pil, risultando così ultimo fra tutti i paesi più sviluppati.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove.

 

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