Sum 41 – Screaming Bloody Murder

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Quando suoni in un gruppo pop-punk puoi fare solo due scelte: andare avanti con la solita formula cercando di modernizzarla man mano che passano gli album oppure cercare nuove strade per reinventarsi completamente, mettendosi in gioco. Nessuna di queste due scelte è giusta o sbagliata, dipende tutto da come gestisci la tua scelta. Deryck Whibley, la mente principale dei testi e delle musiche dei Sum 41, ha sempre dato l’idea di volersi reinventare ogni volta, di voler cercare nuove strade su cui indirizzare il sound della sua band; infatti etichettare i Sum 41 come un gruppo pop-punk è molto riduttivo. Il nuovo album Screaming Bloody Murder lo conferma. Sin da quando erano iniziati i lavori per questo nuovo album, il gruppo canadese aveva subito messo in chiaro il fatto che questa volta le melodie si sarebbero indirizzate verso lidi più oscuri e di certo non avevano torto: Screaming Bloody Murder si presenta come il lavoro più dark mai realizzato dal gruppo; la frustrazione, il rimpianto, ma anche l’amore sono i temi principali di queste 14 nuove tracce. Ma… sì, c’è un ma. In questo lavoro si nota subito in alcune tracce una forte dissonanza tra il melodico e il rabbioso. In un primo momento la voce di Whibley ti accarezza il cuore e subito dopo un riff di chitarra devastante te lo strappa via dal petto. Certo, i Sum 41 hanno sempre cercato di armonizzare queste due essenze e Chuck ne è un chiaro esempio, ma questa volta la dissonanza è troppo evidente, troppo marcata, nonostante le parti prese singolarmente siano molto buone. Per fortuna le canzoni da “dividere” non sono troppe.

Si parte da Reason To Believe, dove il martellante Steve Jocz si permette di “prendere in prestito” il beat di With Me (non sarà l’unico “prestito” dell’album) e di riadattarlo per creare un’ottima intro che sale man mano di intensità con l’aggiunta della potente chitarra di Tom Thacker, ora membro fisso del gruppo, e della voce graffiante di Whibley.

Dopo un inizio scoppiettante si passa ad un finale con un duetto struggente voce-pianoforte che chiude la canzone. Questo è uno dei pochissimi esperimenti di fusione tra melodia e aggressività riusciti molto bene nell’album. Si passa alla title-track Screaming Bloody Murder, dove Jocz si conferma in grande spolvero, una delle note più positive dell’album. Un buon pezzo, ancora una volta buona la prova di Whibley. E’ il momento di uno dei più grandi punti interrogativi dell’album: Skumfuk.

Dopo un’intro molto lenta quasi da brividi si cambia completamente registro: il ritmo accellera sotterando completamente ciò che era stato fatto appena un minuto prima e parte tutt’altra canzone. Viene subito voglia di controllare sullo schermo dell’iPod se veramente abbiamo cambiato canzone, e invece no, stiamo sempre ascoltando Skumfuk. Questa parte molto veloce, così come era iniziata, si trasforma all’improvviso in un altro duetto voce-pianoforte, un po’ più inerente alla parte precedente ma non abbastanza buono da salvare la figuraccia. Come detto prima, le parti prese singolarmente sono molto buone, ma l’insieme è un miscuglio di un po’ di tutto. Per fortuna arriva subito Time For You To Go, una bel pezzo rock quasi in stile Foo Fighters, semplice ma efficace, anche se stona un po’ con il resto dell’album appunto per la forte influenza rock. Jessica Kill è un pezzo che forse molti fan della band aspettavano da tempo. Un pezzo in puro e inconfondibile stile Sum, quelli dei tempi di Does This Look Infected?, tanto che in un punto del ritornello è facile capire che la melodia “You make me, so crazy” è copiata perfettamente da “So am I, still waiting”, ma ripensando a Skumfuk è meglio lasciar correre, anche perchè il resto della canzone è pura energia. Arriva la prima ballad, What Am I To Say, un pezzo tranquillo che forse alla lunga potrebbe stancare. Eccoci a quella che è sicuramente la prova più artistica, introspettiva e “sperimentale” della carriera dei Sum 41: A Dark Road Out Of Hell, divisa in Holy Image Of Lies, Sick Of Everyone e Happiness Machine… peccato che anche qui abbiamo un miscuglio confuso di tante influenze, dove quello che si è sentito 5 secondi prima si disperde nel nulla con riffoni pesanti (in gran quantità) o con melodie angoscianti che ricordano molto gli Avenged Sevenfold, o con virtuosismi di pianoforte che ricordano i Muse e che 1 minuto dopo si trasformano in musiche da saloon. Un vero e proprio peccato, perchè in questi 11 minuti si nota subito un grande lavoro e la voglia di realizzare qualcosa di incredibile. E’ un po’ ironico sentire che dopo questo gran minestrone abbiamo la canzone che si aggiudica il titolo di miglior ballad della band, Crash. Una canzone veramente struggente, piena di emozione e di semplicità, dato che basta un pianoforte, una chitarra acustica, una elettrica e la commovente voce di Whibley per fare tutto ciò. La traccia seguente, Blood In My Eyes, ha incoerenze così forti da poter essere definita bella: un arpeggio iniziale, poi un riff devastante che lascia il posto a parti cantate trascinate dalla frustrazione e bridge prima confusionario e poi potentissimo, dove finalmente emergono Jason McCaslin e il suo basso, un po’ in ombra in questo album. Con Baby You Don’t Wanna Know si ritorna al rock di Time For You To Go, dove viene utilizzato addirittura un kazoo, un vero tocco in più ad una canzone già ottima che non mancherà di farsi sentire in giro. Back Where I Belong è una canzone che se fosse stata inserita in Chuck nessuno avrebbe avuto da obbiettare. Una delle prove migliori dell’album. Dopo un breve reprise dell’intro di Reason To Believe, il disco si conclude con Exit Song, una ballad molto breve per fortuna.

Sicuramente Screaming Bloody Murder non è quello che si aspettavano i fan della band. Ci sono alcuni buchi nell’acqua, alcuni anche molto grandi, ma non si può negare che il disco proponga canzoni un po’ per tutti i gusti, centrando in molti casi il bersaglio. Forse per Whibley sarebbe meglio cambiare strada e provare qualcos’altro, magari cercare di spingersi verso quelle melodie più rock e più pop-punk, quelle riuscite meglio e cercare di lavorarci sopra, abbandonando l’idea di rendere i Sum 41 una band alternative metal. Vedremo se la band canadese riuscirà a rifarsi alla prossima occasione. Sufficiente, ma senza ombra di dubbio si poteva fare molto meglio.

 

Cogitoetvolo