Swarovski per Vittorio Emanuele

0

E’ Natale, e la Galleria è sfavillante di luci. Ma qualcuno è pronto ad infrangere questa ‘magia’.

E’ Natale, e la Galleria è sfavillante di luci.
 L’albero al centro di uno degli edifici più eleganti del mondo risplende di cristalli trasparenti, un delicato ricamo di stelle. I balocchi si muovono dolcemente, ruotano spinti dalla bava gelida e umida dell’inverno, danzano attorcigliando il filo trasparente su se stesso ed emanano bagliori di arcobaleni purissimi.
 Splendido, bellissimo, elegante e tremendamente freddo.

La trasparenza glaciale delle figurine viene attenuata dal soffuso giallore dei lampioni, a cui fanno eco le lampade e le vetrine dei negozi; calde al tatto e alla vista, colorate e studiate per essere invitanti come un paese di pan di zucchero. 
Nel mezzo della piazza, attirati dalla fama del luogo, dalle luci e dalle altre persone, si riversano mille turisti, mille curiosi e altri abbagliati, che si guardano attorno senza soffermarsi su niente. Sono lieti e leggeri come bambini, il Natale fa questo effetto. Ciondolano in una buffa parodia della grazia danzante dei balocchi, bombardati di luci e pubblicità, storditi e distratti.
 Circolano risate e il brusio di un chiacchiericcio facile, mentre i flash delle macchine fotografiche squarciano l’ambiente per una frazione di secondo e mettono a nudo tutti i dettagli.

Intanto fa sempre più freddo, sta salendo la nebbia dalle campagne, ci si stringe in drappelli per tenere vicino un po’ di calore, o per usare egoisticamente il corpo di un altro come riparo dal vento. I gruppetti colorati (se così si può dire) di nero, grigio e bordeaux affollano i viali lastricati di marmo, e ancora risate e chiacchiere e si additano le cose che piacciono con un vivace «Guarda quello che carino!».
 Ci si sta avvicinando alle 23, in Galleria, quando il mondo reale apre una finestra per ricordare cosa c’è oltre alle luci.

Un barbone si fa strada, senza fretta e senza scopo, verso il centro della piazza, passando giusto sotto l’albero. Non lo degna di uno sguardo.
 E’ come se una musica di cui prima non ci si era accorti improvvisamente rallentasse, facendoci sentire la mancanza di un ritmo che non si percepiva. Si trasforma in una danza macabra, forse addirittura una funebre, mentre la gente si accorge della nuova figura sulla scena; figura che, lo sentono, non fa parte del loro mondo, una nota stonata nella loro melodia. Lo lasciano passare, spostandosi dal suo tragitto, gli creano attorno una bolla di spazio tanto invisibile quanto impenetrabile.
 Tutti gli sguardi si soffermano su di lui, e il brusio è diverso, ora ha una strana insistenza nel tono, come se il suono potesse respingere la vista e negarla. Ma il barbone continua, forse non gli interessa, forse ci è abituato, forse nemmeno se ne accorge: la faccia provata non si solleva. E’ gonfio di alcool e di strati di vestiti, trascina dietro a sé un sacco altrettanto gonfio. 
Per quanto insistente si facciano le voci, il suo odore fa’ in modo che anche chi distoglie lo sguardo non possa ignorare la sua presenza: si diffonde acre per l’aria, pesante e persistente, la puzza di gas di scarico, sudore, piscio e alcool.
 Le persone ringraziano e maledicono la bava fredda, perché diffonde l’odore, ma anche lo scaccerà prima.
 Lui continua la sua marcia lenta, tenuto sott’occhio dai poliziotti, che per strana ironia stanno facendo la guardia all’albero; ormai è quasi fuori dalla Galleria, passo dopo passo a testa bassa, e i più lo stanno già dimenticando, già stanno facendo calare il sipario su quell’episodio non gradito.

Il fatto viene scrollato di dosso, come quando si uccide un insetto, perfino con un certo compiacimento. 
Così colui che è riuscito ad infrangere, senza dirlo e senza nemmeno scriverlo, la sfavillante illusione di un mondo splendido se ne va da solo. Senza applausi né riconoscimenti.

Racconto breve di Giada Mattiuzzi