Talenti in fuga

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Lo dicono e lo scrivono tutti. Ormai è una sorta di sinistro mantra nazionale: l’Italia non è un paese per giovani. I motivi sono noti: siamo dominati da una casta politica che, invece dell’economia, preferisce sistemare amici e parenti; la meritocrazia non esiste; conoscere qualcuno conta molto più di conoscere qualcosa. E così via. O meglio: e così se ne vanno via. Sono sempre più numerosi, infatti, i giovani che decidono di espatriare, in cerca di occupazione. Ma poiché l’allarmismo, da noi, è un vizio diffuso al pari della raccomandazione, è legittimo domandarsi se la situazione sia veramente così grave. Lo abbiamo chiesto a Sergio Nava, giornalista di Radio24 e conduttore della trasmissione Giovani talenti, che abbiamo incontrato a Mantova, in occasione del Festival della Letteratura.

Per descrivere il fenomeno i media usano, da sempre, l’espressione "cervelli in fuga". Lei però afferma che il termine non è corretto. Perché? Semplice: a lasciare il paese, in realtà, non sono soltanto i ricercatori, ma anche architetti, medici, giornalisti e tanti altri. Insomma: non si tratta di una tendenza di settore, dell’eccezione che conferma la regola; ma di un fenomeno nazionale che riguarda tutti le categorie professionali qualificate. Non esistono dati ufficiali, ma secondo stime attendibili, negli ultimi dieci anni se ne sono andate qualcosa come 600.000 persone. E questo nella fascia tra i 20 e 40 anni.

Il fenomeno, se non sbaglio, riguarda tutta Europa: come mai in Italia fa così notizia? L’emigrazione, in effetti, è un fenomeno fisiologico ed è normale che sia diffuso all’interno dell’Unione europea, dove le frontiere sono aperte. Ma mentre negli altri paesi dell’Unione al flusso in uscita corrisponde un flusso in entrata, in Italia questo non avviene. O meglio: un flusso di lavoratori in entrata c’è, ma si tratta più che altro di manodopera non qualificata, proveniente dai paesi poveri. Perché il nostro mercato, per come è strutturato, tende a non richiedere qualifiche elevate.

Cerchiamo di capire perchè i ragazzi lasciano il nostro paese. Lo desiderano o sono costretti? Naturalmente c’è anche chi parte per motivi di principio; ma chi emigra, in genere, lo fa perché è l’unico modo per costruirsi un futuro. Da un lato c’è un mercato del lavoro impraticabile: l’economia italiana, basata sulle piccole e medie imprese, richiede prevalentemente manodopera. Dall’altro, l’amara constatazione che senza gli agganci giusti non si va da nessuna parte: in Italia, purtroppo, talento e ambizione non sono quasi mai sufficienti per realizzare le proprie aspirazioni professionali. All’estero, invece, questi problemi non esistono: l’economia punta su ricerca, sviluppo e innovazione. E chi merita fa carriera velocemente.

Quindi “il mal di merito, l’epidemia di raccomandazioni che – come scrive Giovanni Floris – paralizza l’Italia”, rappresenta un fattore decisivo nella fuga dei talenti? Grazie ad esperienze come quelle offerte dal progetto Erasmus i nostri ragazzi hanno avuto la possibilità di confrontare la realtà italiana con quella degli altri paesi europei e hanno aperto gli occhi. Adesso sanno che esiste un’alternativa alle bustarelle, ai baroni, alle tessere, al nepotismo. E cominciano a pensare che forse è meglio non restare in ostaggio lifetime di un paese in cui, ai fini della progressione di carriera, le relazioni che stabilisci con i tuoi superiori sono molto più importanti di quello che sai e produci.

Intervistata alla vigilia del mondiale, Ilaria D’amico ha dichiarato che la formazione selezionata da Lippi era lo specchio perfetto della società italiana: in cui il talento viene ignorato, tagliato fuori, perché fa paura. Una teoria convincente, no? Ricordo quell’intervista. E so che ad un certo punto la D’Amico ha fatto l’esempio di Mourinho: un professionista di altissimo livello che in Italia ha vinto tutto, ma poi ha se n’è andato. Schifato da un sistema dove, se provi ad usare la tua testa e dici quello che pensi, vieni trattato come un nemico e quindii emarginato.

In un recente intervento a Radio 24 il suo collega Oscar Giannino, riflettendo sulle problematiche lavorative dei giovani, ha parlato di “disoccupazione culturale”: se i giovani non riescono a trovare un posto di lavoro, è anche perché nessuno accetta più lavori manuali. È d’accordo? Per nulla. Nonostante il dettato costituzionale la definisca una democrazia, l’Italia assomiglia sempre di più ad una gerontocrazia: uno stato in cui i giovani sono visti non come risorsa, ma come un problema, un fattore destabilizzante. Per rendersene conto, basta ascoltare il Ministro del lavoro: che invece di assumersi la responsabilità di un mercato in cui la laurea è diventata un ostacolo, preferisce gettare la croce sui giovani rimproverandoli di non accettare occupazioni più umili.

Qualche anno fa Bill Gates disse che in Italia sono troppi gli iscritti alle facoltà umanistiche e troppo pochi a quelle scientifiche. Quanto pesa, sull’esodo giovanile, lo scollamento tra scuola e mercato del lavoro? Lo scollamento naturalmente esiste ed è determinante: università e mondo del lavoro sono due universi pericolosamente paralleli. Sarebbe ipocrita, tuttavia, colpevolizzare le legittime scelte di studio dei ragazzi. Se le imprese adottassero colloqui di lavoro di tipo europeo, cioè più approfonditi, scoprirebbero che un laureato in lettere, ad esempio, non è un idiota che sa solo di poesia, ma può avere attitudini preziose per le mansioni da ricoprire; e che in genere, chi ha talento sa adattarsi alle esigenze del mercato, indipendentemente dal titolo conseguito. Morale: ancora una volta, invece di correggere le storture del sistema (una su tutte: secondo Union Camere l’85% delle offerte di lavoro qualificato non viene pubblicato!), si preferisce scaricare la responsabilità sui più deboli.

Beppe Severgnini, sul forum Italians, suggerisce spesso di andare all’estero, farsi una posizione e poi tornare in Italia da vincitori. E’ veramente così semplice reinserirsi, per chi se ne è andato? Purtroppo, no. Innanzitutto perché, in un sistema basato non sulle capacità, ma sulle relazioni, partire significa interrompere i collegamenti: e poi perché il curriculum accumulato all’estero, per quanto prestigioso, raramente è appetibile in un mercato come il nostro, incentrato sulla piccola e media impresa.

Nel suo libro Elogio dell’imbecille Pino Aprile sostiene che, tra i fattori involutivi della razza umana, un ruolo decisivo l’hanno avuto le guerre, perchè lì morivano i migliori. Se la fuga di talenti continuasse, potrebbe condizionare lo sviluppo del paese? Beh, nel lungo periodo credo sarebbe inevitabile. Intatti: se i Mou – cioè i talenti con personalità – se ne vanno, mi dite come si formerà la nuova classe dirigente italiana? Con questo non intendo dire che chi resta non valga nulla: ci sono tanti giovani in gamba che, per motivi economici o familiari, non hanno avuto la possibilità di partire. Il problema è che qui, per le ragioni che ho già detto, è difficile fare carriera. Quindi: se le cose non cambieranno in fretta, temo dovremo rassegnarci ad un progressivo calo del PIL e alla conseguente uscita dal G8.

Eppur qualcuno, come dimostra anche il suo caso, è ancora capace di farsi strada in Italia senza raccomandazioni. Quale è la ricetta per essere profeti in patria? Sicuramente tanta determinazione, per superare gli ostacoli – e spesso sono numerosi – che ci si trova davanti, sia nella fase di ingresso, cioè l’assunzione, sia nella progressione all’interno dell’azienda. E poi tantissima fortuna: la fortuna di avere a che fare con datori di lavoro – quasi sempre grandi imprese – che reclutano il personale sulla base di criteri di mercato, quali capacità e motivazioni.

 Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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