Tendere le braccia, non innalzare muri

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Alcuni li chiamano migranti. Altri, clandestini. Partiamo però da un banale dato di fatto: sono innanzitutto esseri umani

Cosa spinge due ragazzi africani ad appollaiarsi su un carrello di un aereo per 11 ore, a dieci chilometri dal suolo, a sessanta gradi sotto zero e senza ossigeno, in un viaggio in condizioni estreme che li ha portati da Johannesburg a Londra?
Cosa spinge una madre a impacchettare il figlio in una valigia per farlo viaggiare, per ore, in una stiva di un aereo pur di attraversare la frontiera spagnola?
Cosa spinge un padre siriano a gettare il proprio figlio poco più che lattante al di là del filo spinato che lo separa dalla Turchia?
Cosa spinge centinaia di persone ad attraversare il deserto, ad aspettare mesi e mesi sulle coste libiche lavorando come schiavi prima di imbarcarsi su un gommone che, il più delle volte, non riesce a coprire neanche i pochi chilometri che separano l’Africa dalla Sicilia?
Possiamo considerare questi gesti solamente come un atto di follia collettiva? O è solo un desiderio spasmodico raggiungere delle terre dal benessere in fondo effimero, tale da instillare il coraggio di affrontare apertamente la morte?

Alcuni li chiamano migranti. Altri, rifiutandosi di capire il difficile concetto di rifugiato o richiedente asilo, clandestini.
Partiamo però da un banale dato di fatto: stiamo parlando, innanzitutto, di esseri umani.
Esseri umani che fuggono da quella che noi cinicamente apostrofiamo come “casa loro”, nella quale vogliamo rimandarli, perché più semplice – e secondo alcuni persino più giusto – “aiutarli”, non si sa bene come, proprio lì, “a casa loro”.

Ditemi allora se è possibile chiamare casa l’Eritrea, dove non è possibile espatriare senza permesso governativo, dove i dissidenti politici vengono torturati o rinchiusi in cisterne in mezzo al deserto.
Ditemi se possiamo chiamare casa il Gambia, dove il presidente Yahya Jammeh ha abolito la libertà di espressione e ogni tentativo di ribellione è punito con la morte.
Ditemi se è una casa il Sud Sudan, dove le violenze raggiungono particolari livelli di crudeltà soprattutto nei confronti dei bambini.
Ditemi se possiamo definire casa la Nigeria, dove la gente è costretta a sfuggire alle violenze e al terrore seminato dal gruppo estremista di Boko Aram.
Ditemi se possiamo definire casa un luogo dove infuria la guerra: negli ultimi cinque anni, sono infatti quindici i conflitti che sono scoppiati o si sono riattivati, dei quali otto in Africa e tre in Medio Oriente.
Ditemi se sareste in grado di vivere in una casa dove la possibilità di essere uccisi dalla fame, dalle guerre o dalle malattie incute più paura di una traversata di fortuna nel Mediterraneo.

Pensiamoci due volte prima di appellarci ad una “casa” di cui in realtà sappiamo poco o nulla. Riflettiamo di più prima di arroccarci nella difesa della nostra terra e della nostra cultura, perché i diritti, che abbiamo faticosamente elaborato e conquistato nel corso dei secoli, non sono davvero tali se non riusciamo ad estenderli a tutti gli esseri umani che vivono accanto a noi, indipendentemente dalla loro cittadinanza.

Costruire muri, chiudere le frontiere, chiedere che vengano impediti gli sbarchi, da cosa ci dovrebbe difendere? Quale terribile minaccia si cela dietro i volti di questa gente che ha lasciato tutto dietro di sé e che chiede soltanto di ritrovare un minimo di dignità?

Se ci resta un briciolo di umanità, dovremmo tendere le braccia. Non innalzare muri.

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.