Tendimi la mano

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Nel buio della notte fa capolino solo la luna, sedotta dal mare a rischiarare le tenebre del mondo, e dei cellulari, protesi al cielo per rischiarare le tenebre del cuore. Sulle spiagge di Djibouti, in Africa, non resta che fissare il display del telefonino nella straziante ricerca di un segnale potente abbastanza per chiamare o ricevere chiamate. Per comunicare. Per biascicare un timido “Sto bene, non preoccuparti”. Anche solo per concedere all’anima il sollievo di una voce cara. Dover lasciare la propria Patria, le coste della Somalia, le montagne dell’Etiopia o le valli dell’Eritrea è stato difficile, ma non impossibile. Impossibile è stato guardare i volti cari e familiari di chi si ama con la consapevolezza che quella potrebbe essere stata l’ultima volta. Da qui l’intimo bisogno di contattarli, di colmare per un minuto questa sensazione di vuoto che fa paura. Però, il sogno di una vita migliore in Europa o in Oriente, lontani chilometri e chilometri dalla guerra, vince ogni cosa, paura compresa. La voglia di lasciarsi alle spalle una vita di sofferenze per immergersi in un futuro che non può essere peggiore è troppo forte. Non importa quale sia la posta in gioco, bisogna rischiare.
Raccogliere tutte queste emozioni e immortalarle in uno scatto: ecco cosa è riuscito a fare John Stanmeyer, un fotoreporter americano che collabora con National Geographic. La fotografia, vincitrice del più prestigioso premio di fotogiornalismo, il World Press Photo, è stata premiata il 14 febbraio 2014 ad Amsterdam come “miglior foto dell’anno 2013”. Jillian Edelstein, uno dei giurati, ha così motivato la vittoria: “È una foto collegata a tante altre storie – apre la discussione sui temi della tecnologia, della globalizzazione, dell’emigrazione, della povertà, della disperazione, dell’alienazione e dell’umanità. Si tratta un’immagine molto sofisticata, potentemente sfumata. È così sottilmente realizzata e in modo così poetico, sebbene sia piena di significato, da trasmettere questioni di grande gravità e preoccupazione nel mondo di oggi.”

La foto sta compiendo il giro del mondo via web ininterrottamente dalla notizia della premiazione, emozionando il mondo e costringendolo a riflettere, a porsi delle domande a cui non riesce a trovare risposte. Com’è possibile che ancora oggi si debbano vivere dei drammi del genere? Come possono gli stati economicamente più evoluti sbattere loro le proprie porte in faccia e distogliere lo sguardo? Anche questa è vita?

Nella loro disperazione, gli emigranti africani nella foto ripongono speranze, fiducia, sogni in un piccolo ammasso di fili elettrici e plastica. Trovano la forza di tendere un braccio al cielo per sorreggere l’aggeggio. Per cercare di afferrare la mano di un Dio che mai come in questi momenti sembra così irraggiungibile.

Articolo scritto da Claudia Granaldi

Cogitoetvolo