Terraferma

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Un film di Emanuele Crialese con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Claudio Santamaria. Italia 2011.  Sceneggiatura: Emanule Crialese,Vittorio Moroni. Produzione: Cattleya, in collaborazione con Rai Cinema. Durata:88’Min. Uscita 07/09/2011.

“Tu di fronte alla vita e all’esperienza che ti ho racconto come reagiresti?”. Sembra essere questo il quesito che Emanuele Crialese, col piglio neorealistico tipico del suo cinema, pone al suo pubblico. Terraferma – vincitore del Premio Speciale della Giuria della 68 Mostra di Venezia – è uno di quei film difficili da raccontare. Perché è estremamente lirico. Perché è fatto di luci e di ombre, di intensi fotogrammi e di silenzi. E in questi silenzi ognuno di noi deve mettere i suoi pensieri, le sue parole. Il suo modo di essere e di guardare le cose.

Crialese – al suo terzo film dopo Respiro e Nuovomondo – pone dunque delle domande, ma non giudica. Assembla colori e fotogrammi di intensa bellezza per raccontare una storia intensa e doverosa.

Henry James ha scritto che la seconda occasione è illusoria. Ne è data, in realtà una sola, e con quella ci giochiamo tutto. Di questa seconda occasione parla Terraferma: storia sull’accoglienza e il sospetto, che parla di noi e dell’altro; del destino e del viaggio. Di uomini e donne in movimento: turisti dai vestiti colorati che evadono dalla realtà, clandestini alla ricerca di una vita migliore, isolani che vorrebbero andare via.

Linosa è una piccola isola in mezzo al mare e bruciata dal sole. Talmente piccola da non trovare posto sul mappamondo. Qui gli abitanti vivono di pesca e si aiutano gli uni con gli altri. In questo piccolo microcosmo vive serenamente il ventenne Filippo, che conosce bene il mare ma non le sue leggi. La sua vita è fatta di affetti autentici e di piccole cose. La mamma Giulietta, interpretata da una intensa Donatella Finocchiaro, vorrebbe portarlo via verso una nuova vita; lo zio Nino, interpretato da Beppe Fiorello, balla nel suo peschereccio come un vero animatore turistico e vorrebbe un nipote un po’ più sveglio, magari operatore turistico come lui. Il nonno Ernesto, vero perno della famiglia (interpretato in modo straordinario dal cantastorie Mimmo Cuticchio) vuole invece che continui la tradizione di famiglia. E’ un rapporto autentico quello tra nonno e nipote. Fatto di complicità, affetto e tenerezza. Un rapporto che scalda il giovane cuore di Filippo – interpretato da Filippo Puccillo e scoperto dal regista durante un suo soggiorno a Lampedusa – rimasto orfano di padre.

Per la legge del mare tramandata di padre in figlio, devi salvare chiunque si trovi in acqua affrontando ogni eventuale conseguenza di quell’azione. Per la nuova generazione è invece meglio non vedere, cambiare rotta evitando così una denuncia per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Cosa fare dunque se in una bella giornata di mare incontri per caso un gruppo di clandestini, naufraghi della vita, che invocano il tuo aiuto? Un barcone della speranza è quindi la miccia che fa saltare in aria tutte le certezze dei protagonisti. Questa deflagrazione diventa – per i nostri protagonisti e per tutti gli abitanti della piccola isola – l’occasione per mettersi in discussione, confrontandosi con delle scelte morali di carattere universale.

Al centro della narrazione c’è anche una giovane profuga etiope, Sara, che sul punto di partorire viene accolta nella casa-garage di Filippo e di Giulietta. Sara, insieme al patriarca Ernesto, è l’unico personaggio che conosce bene la sua funzione e la insegue con commovente ostinazione. Attraverso il confronto tra queste due donne si consuma il conflitto tra la legge del mare e quella degli uomini. Si declina bene la lotta tra accoglienza e ostilità. Giulietta e Sara, grazie anche alla nascita della bambina, sceglieranno l’apertura verso l’altro e il rispetto reciproco. La giovane madre venuta da molto lontano, è interpretata da una vera migrante Timnit T.

Timnit T, che oggi vive in Olanda, è l’unica donna sopravvissuta a un naufragio di una barca rimasta alla deriva per tre settimane nell’agosto del 2009: “Sono andato a cercarla – ha dichiarato Crialese – e gli ho chiesto se voleva immaginare con me una storia in cui ci fossero anche i suoi occhi”. Così è stato. Certo ci sono dei punti deboli del film. L’ufficiale della Guardia di Finanza, interpretato da Santamaria è un personaggio appena abbozzato, freddo e poco credibile. E ancora altro potremmo aggiungere. Ma non è questo il punto.

Il punto è che questa è una storia dal sapore molto umano. Una storia dove non possiamo trattenerci dal chiederci: dove andrà Filippo con la sua barca? Riuscirà ad arrivare nella terraferma? Tornerà?

Anche a questo quesito ognuno di noi deve dare la sua risposta. Quella barca in mezzo al mare, che ondeggia carica di speranza va incontro alla vita. Ad un nuovo inizio. Probabilmente Filippo ritornerà perché è lì che sono le sue radici, i suoi affetti, il suo futuro. Filippo doveva soltanto diventare grande. Essere responsabile delle proprie scelte. Assumersi delle responsabilità. La vita glielo ha chiesto e lui lo ha fatto. Non si è tirato indietro.

Il viaggio di Filippo è prima di tutto un viaggio, che compie intorno a se stesso alla scoperta del vero mondo interiore: il suo. Perché – scriveva Seneca – non è il cielo sotto il quale vivi che devi cambiare, ma la tua anima. E Filippo è riuscito proprio in quella che rappresenta, per tutti, l’impresa più ardua: riuscire ad essere semplicemente se stesso. Soltanto in questo modo può avvenire una autentica comprensione dell’altro.

 

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia