The Happy Show

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La ricerca della Felicità raccontata e vissuta attraverso il visual design.

Chi non desidera essere felice? Chi saprebbe descrivere cos’è la felicità e come si può raggiungere? Risponderei “nessuno” ad entrambe le domande. La ricerca della felicità è un tema senza tempo, ma che ultimamente si è guadagnato uno spazio sempre maggiore nel dibattito del Design. Non a caso il concetto di “creatività” è spesso ricollegato a quelli di positive thinking e mindfulness. I designer si fanno dunque osservatori di una messa
in discussione collettiva dei nostri valori materiali e spirituali. Un esempio lampante è il fortissimo trend che ha spostato il focus del progetto dalla creazione di oggetti alle creazione di esperienze.

È in questo contesto che si inserisce The Happy Show: un progetto ambientale diretto dal grafico austriaco Stefan Sagmeister, allestito per la prima volta all’Institute of Contemporary Art (ICA) di Philadelphia nel 2012. Da allora, forte del grande successo ottenuto, si è spostato nei più importanti centri d’arte, fino ad occupare il Museu de Arte, Arquitetura e Tecnologia (MAAT) di Lisbona dal 13 aprile al 4 giugno scorsi. Chi conosce Sagmeister potrebbe dirsi che uno come lui, uno dei grafici più famosi al mondo, conosciuto per i suoi lavori eccentrici, “da artista”, deve aver progettato una esibizione sulle buone ragioni per essere felici, ma non è così. Anzi, tutto il progetto si sviluppa a partire dalla consapevolezza che chiunque può essere infelice, anche chi ha uno studio a New York, anche lui.

Con l’aiuto di filmati, infografica, sculture, installazioni interattive e tanta tanta tipografia, il visitatore è invitato a viaggiare nella mente di Sagmeister. O meglio, l’allestimento traduce in visual design la sua personale ricerca dell’origine della felicità, durata dieci anni e supportata da continue annotazioni sul diario. Il grafico stesso si è reso protagonista di un viaggio di sperimentazione attraverso meditazione, terapia cognitiva e farmaci psicotropi. Fin dall’inizio del percorso si intende, tuttavia, come l’intento sia quello di allargare il dibattito alla felicità di tutti, non solo a quella dell’individuo. Infatti la ricerca raccontata in questo spazio non è semplicemente intima, ma si è servita anche di diversi studi scientifici, condotti da psicologi come Daniel Gilbert, Steven Pinker, Jonathan Haidt, dall’antropologo Donald Symons e da molti altri ricercatori. I risultati dei loro lavori sono brillantemente illustrati da grandi infografiche che trattano il rapporto tra felicità e attività, relazioni sociali, vita sessuale, ricchezza, nazionalità etc. Va detto comunque che questo lavoro (e quindi questo articolo) ha un carattere tutt’altro che scientifico. Lo stesso direttore artistico afferma, infatti, che, data l’enorme quantità di studi sulla felicità (a volte contrastanti fra loro, ma concordi sulle basi), ha semplicemente scelto quali tenere per sé e quali scartare. Qui sta la libertà di un progetto artistico il cui scopo è principalmente suscitare dubbi e non offrire risposte.

Non la definirei una mostra, poiché chi vi entra non assume un ruolo da spettatore passivo, ma anzi è subito portato a relazionarsi con essa e con gli altri visitatori.  L’ambiente è immediatamente connotato da un carattere intimo, addirittura giocoso: niente didascalie prestampate, ma genuine scritte a mano con tanto di cancellature e correzioni (opera, pare, dello stesso Sagmeister). All’entrata si è invitati a ritirare una card da una fessura sulla parete, con su scritta una sfida d’interazione sociale: dimostrata essere base imprescindibile della felicità. La mia recitava «TRY TO MAKE A STRANGER IN THE MUSEUM SMILE». Ammetto di aver fallito, ma non mi sono sentito in colpa: una scritta poco sopra recitava, infatti, «THIS EXPOSITION WILL NOT MAKE YOU HAPPIER». Un progetto da attraversare, usare, toccare e mangiare: il tipo di esperienza totale che non dimentichi. Ma attenzione: come premesso, un happy show può aiutare, ma non basta per essere felici.

La logica e la lezione più importanti di questo grande spazio immersivo stanno tutte qui: azione-reazione, ovvero “schiaccia il bottone” e ti racconterò qualcosa sulla vita, ovvero noi siamo i veri fautori della nostra stessa felicità. A tal proposito, vorrei riportare uno degli studi sulla felicità che mi è rimasto più impresso. Si tratta di un modello sviluppato da Sonja Lyubomirsky, professoressa della University of California, Riverside (UCR). La studiosa ha cercato di quantificare le “cause prime” della felicità, ottenendo questi risultati: il 50% della nostra felicità è dettato dalla genetica, il 10% da circostanze ambientali, il 40% dalle nostre attività quotidiane. Secondo questo schema, quindi, il 40% della nostra felicità è soggetta al nostro arbitrio conscio: ossia le nostre scelte di vita possono seriamente determinare se saremo felici o meno.

Questo grande esperimento di Sagmeister non va visto come l’esempio di “uno che ce l’ha fatta” (anche perché nessuno sa se sia davvero diventato felice), ma come l’esempio di un individuo che ad un certo punto della sua vita ha scelto di perseguire la felicità e di mostrare al mondo — con uno stile e una energia ammalianti — le sue considerazioni. Certo, il motivo del self-made man qui è un po’ spinto, ma vale la pena considerare questo: che tu abbia uno studio a New York o meno, la tua mente si adatterà a qualsiasi sia il tuo stile di vita, impedendoti di apprezzarlo. Se è vero che non esistono formule della felicità, è altrettanto vero che esistono formule che impediscono di raggiungerla, e la prima di queste è l’adattamento. Desiderare la felicità non basta: serve prima di tutto fare un passo indietro, comprendere il valore delle cose, riconsiderare il nostro stile di vita e, se necessario, cambiarlo.

Articolo di Alberto Ferro

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