The hunger games

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Un film di Gary Ross, con Jennifer Lawrence, Liam Hemsworth, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Wes Bentley. Sceneggiatura di Gary Ross, Suzanne Collins e Billy Ray. Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins. Prodotto da LionsGate, distribuito da Warner Bros. USA 2012, durata 117 minuti. Uscita: 1 maggio 2012

Katniss e Peta dovranno partecipare agli Hunger Games con altri ventidue coetanei. Alla fine soltanto uno sarà il vincitore, gli altri saranno tutti morti…

Avete mai sentito parlare della “distopia”? È il contrario di “utopia”. Significa “scenario di quanto orribile potrebbe diventare il mondo”. È un genere che va un sacco di questi tempi (Matrix, Io sono leggenda, The island, La strada, Never let me go, ecc.), forse perché dà un aspetto concreto alle nostre paure e le esorcizza, oppure — più probabilmente — perché ci fa riflettere sulle contraddizioni del nostro presente, mostrandoci dove potrebbero portarci se ci lasciassimo prendere la mano.

The hunger games, film tratto dall’omonimo romanzo best-seller di Suzanne Collins, che è il primo di una trilogia (il terzo esce in Italia il 15 maggio), racconta una storia di questo tipo. Difficile da incasellare in un genere preciso, potremmo descriverlo come un’epopea fantasy-futuristica adolescenziale. La trama è originale e avvincente, lo spunto narrativo tanto geniale quanto inquietante.

Siamo  in un lontano, ipotetico futuro. La nazione di Panem è un regime totalitario in cui il governo di Capitol City tiene il controllo di dodici distretti. In un passato  ormai lontano i distretti avevano provato a ribellarsi, ma la capitale aveva sedato prontamente la rivolta. A futuro ammonimento e come ricordo di quei fatti, il governo decise di celebrare annualmente gli hunger games. Ogni anno ciascun distretto deve offrire a Capitol due “tributi”: un ragazzo e una ragazza sorteggiati tra tutti i giovani dai 12  ai 18 anni.

I 24 tributi, dopo un addestramento, vengono messi in un’arena e diventano protagonisti di un sanguinoso reality show: l’unica regola è “uccidi o muori”. L’ultimo che resta in vita viene incoronato campione e il suo distretto riceve dei benefici dal governo centrale. Una sorta di futuristico spettacolo di gladiatori, trasmesso 24 ore al giorno in tv, dove le giovani vittime si trasformano in carnefici gli uni degli altri, in un gioco sadico e terribile.

Katniss Everdeen, la protagonista, è una ragazza di 16 anni, con una lunga treccia, bravissima a tirare con l’arco. Nel suo distretto si fa la fame e se non fosse per lei che va a cacciare ogni giorno di straforo nei boschi circostanti, sarebbero già morte di fame lei, sua madre e la sua sorellina Prim. È il giorno della “mietitura” – il sorteggio dei tributi. Katniss rassicura Prim che è preoccupata, perché ha appena compiuto 12 anni e partecipa per la prima volta al sorteggio. Non verrà estratta, la conforta Katniss,  per lei è ancora il primo anno e il suo nome compare solo una volta nell’urna. Ma le peggiori paure di Prim si avverano e Katniss si offre volontaria per partecipare agli hunger games al suo posto. Così, abbracciate madre e sorella, si dispone a partire per Capitol City, in compagnia del giovane Peeta, l’altro tributo estratto. Li attende una città avveniristica e buffa, dove le altissime tecnologie si sposano con un surreale ambiente frivolo e modaiolo. Lì Katniss entrerà nei meccanismi del reality, con le sue liturgie di apparenza televisiva. L’unico imperativo è piacere e renderti memorabile, per guadagnare popolarità e avere quindi più possibilità di salvarti  nell’arena della morte, dove sotto gli occhi di milioni di spettatori dovrai combattere per la sopravvivenza.

A rendere sottilmente inquietante questa trama è la coesistenza dell’elemento violento con quello televisivo e patinato. Se pochi si scandalizzerebbero nel vedere omaccioni dall’aria truce che nell’antica Roma sono costretti a combattere all’ultimo sangue in uno spettacolo di gladiatori, fa invece un certo effetto trovare nella stessa situazione adolescenti fragili e smarriti, che prima di andare al macello sono osannati dal pubblico come scintillanti protagonisti di uno show, con tanto di abiti glamour e interviste da rotocalco rosa, tra battute e confessioni.

Lo spunto è decisamente provocatorio e va decodificato. L’ansia di farsi notare e di piacere al pubblico richiama le logiche delle relazioni in tv e nei social-media, dove per sopravvivere devi mettere la tua vita in vetrina, modellandola in modo che “piaccia” (tema molto sentito per un pubblico teenager).

I ragazzi nell’arena sono in scacco, gli uni contro gli altri, prigionieri di un sistema che fa di tutto per tirare fuori il peggio di loro, per farne uno spettacolo. Ma chi è davvero il tuo nemico là dentro? È possibile sovvertire le regole di questo gioco? È possibile conservare la propria umanità? Restare se stessi? A che prezzo?

Nella storia dell’eroina Katniss sono in scena grandi temi: la libertà e l’autenticità, la voglia di combattere per salvarti la vita senza toglierla agli altri, le contraddizioni della guerra, la discordia come strumento di controllo e l’inumana spettacolarizzazione della realtà.

Nonostante il nucleo narrativo sia incentrato su un meccanismo di violenza, questo tema è presente nel film in modo solo marginale (e peraltro senza indulgere mai a crudezze). Nell’arena degli hunger games non c’è spazio solo per la sopraffazione. Insospettabili lampi di umanità si liberano proprio da personaggi sotto pressione. La sfida è incentrata soprattutto sulla protagonista e sul suo desiderio di restare viva dentro e non smarrire se stessa.

La trama ha echi di mitologia greca (ricordiamo i quattordici giovani fanciulli ateniesi che, offerti in tributo a Minosse, venivano dati in pasto al Minotauro) e riferimenti alla storia romana (i gladiatori). È impossibile – ovviamente – non pensare a Truman show.

Il film è visivamente coinvolgente, incuriosisce molto nella prima parte e non ti lascia tregua nella seconda. Le ambientazioni riescono ad assemblare in modo credibile la povertà “anni 50” del misero distretto di minatori, le surreali atmosfere fashion di Capitol City e il grande bosco-arena dove si svolge il gioco: un contesto naturale, quest’ultimo, dove i conflitti sono riportati alla semplicità di spade, arco e frecce, trappole, alberi e via dicendo.

The hunger games – lo stanno confermando anche i risultati di botteghino – si va ad aggiungere all’elenco di quelle saghe che, prima in libreria e poi al cinema, sono diventate storie di culto di una generazione di teenagers (ma non solo). Cos’hanno storie come questa (insieme – per esempio – a Twilight ed Harry Potter) per colpire l’immaginario e il cuore di milioni di giovani in tutto il mondo?