The Place

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Il nuovo film di Paolo Genovese mette in scena un’umanità fragile, alle prese con desideri (in)gestibili che portano alla luce gli angoli più oscuri del proprio animo e mettono sul piatto un’unica insistente domanda: fin dove sei disposto a spingerti?

Cosa saremmo disposti a fare per ottenere ciò che vogliamo? Il fine giustifica i mezzi? Il nostro destino è dettato dalle nostre scelte? Queste sono le tre domande attorno a cui ruota The Place il nuovo film di Paolo Genovese (regista di Perfetti Sconosciuti), adattamento cinematografico della serie americana The Booth at the End.

Siede sempre allo stesso tavolo, con la sua immancabile agenda nera e l’aria stanca, nella tavola calda chiamata appunto The Place; ascolta i desideri di chi si siede di fronte a lui, medita, consulta l’agenda e poi risponde Si può fare, a patto che il postulante svolga un’azione, il cui grado di difficoltà (e immoralità) varia a seconda del desiderio espresso. È così che il protagonista (Valerio Mastandrea) costringe otto personaggi a confrontarsi con gli angoli più bui della loro mente, mettendoli di fronte a prove che ne saggiano la solidità psicologica e morale. C’è chi vuole diventare più bello, chi vuole salvare il figlio morente, chi vuole riconquistare il marito e chi ritrovare Dio, desideri che appartengono all’uomo dall’alba dei tempi e mettono in scena un’umanità fragile, drammaticamente attaccata alla vita, perennemente alla ricerca di un senso.

Al centro di tutto c’è lui, figura ambigua, salvifica o demoniaca – ben interpretato dal volto serio e tormentato di Mastandrea – che mette i postulanti alla prova, uno dopo l’altro, interrogandoli sulle loro sensazioni, su quei dettagli che spesso demarcano il confine tra Bene e Male. Che ti rivolga a lui per realizzare un impulso egoistico o per salvare una persona che ami, la domanda è sempre la stessa: fin dove sei disposto a spingerti? Perché l’apparente demiurgo, lo spietato interlocutore che sembra tenere in mano i fili delle loro vite, in realtà è impotente di fronte alla scelta umana. È il libero arbitrio, sembrerebbe, a dettare il destino di un uomo, quell’attimo in cui decidi se redimerti o dannarti, attimo a cui va incontro immancabilmente anche lo stesso protagonista.

Sulla strada verso la ricerca di sé, ogni uomo deve confrontarsi con i suoi demoni, spesso in forma di desideri o rimpianti. The Place mette in scena proprio questo dialogo, serrato, doloroso, costante, tra chi sei e chi (non) vorresti essere, tra quello che vuoi e quello che (non) pensi di volere, tra un Io e una Coscienza che s’intrecciano e sfumano l’uno nell’altra come il Bene nel Male: ecco allora che nel male si trova il bene e viceversa, che a chi viene chiesto di fare del bene si ritrova a fare del male e viceversa.

Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile e costante della cameriera Angela (Sabrina Ferilli), anche lei figura misteriosa, che a fine giornata capovolge i ruoli riempendo di domande lo stesso Mastandrea, in un gioco di specchi e rimandi che lancia le domande e nasconde le risposte. Ma è inutile dare a tutti i costi un ruolo e un’etichetta ai personaggi, perché non è questo lo scopo di The Place. Ancora una volta Genovese scava all’interno delle pieghe dell’animo umano, per carpirne i segreti, le paure e le ossessioni che ci rendono, alla fine, le persone che siamo. Cambia il tono – le punte comiche di Perfetti Sconosciuti sono assenti nel più drammatico The Place – ma non manca la speranza e quel senso di compassione proprio di chi contempla un’umanità sempre alle prese con gli stessi dubbi e gli stessi desideri.

Attento a ciò che desideri perché potresti ottenerlo, diceva Oscar Wilde riprendendo una massima di Epicuro, Sono state versate più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non esaudite, ha aggiunto Madre Teresa. Perché da che mondo e mondo l’uomo si trova a nutrire un desiderio che gli fa da motore e a confrontarsi con una realizzazione spesso deludente o insufficiente. Se per Schopenhauer la vita era un pendolo tra la sofferenza (del desiderare) e la noia (del post-appagamento) e per Kierkegaard l’angoscia dell’uomo derivava dall’infinità di scelte possibili, è innegabile che l’uomo sia dotato di una volontà che lo porta a desiderare ciò che ancora non ha e che rimanere al punto zero, secondo Kierkegaard scegliere di non scegliere, è pressoché impossibile. Spesso però, sulla strada verso la realizzazione di un desiderio, ci rendiamo conto che quello che desideriamo veramente non si trova al punto d’arrivo, ma durante il percorso.

La serendipità, dopotutto, è il bello e il sorprendente della vita. Il difficile compito dell’uomo quindi potrebbe essere proprio questo: scavare nel proprio cuore alla ricerca dei nostri veri bisogni, che spesso si nascondono dietro falsi idoli, e lasciare andare un desiderio quando ci ossessiona al punto da portare a galla il nostro lato oscuro.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".