The Post

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L’ennesimo film sulla libertà di stampa, che non regge il paragone con i suoi illustri precedenti, ma che affronta due tematiche molto attuali: la democrazia contro i poteri forti e la questione femminile.

America, anni Settanta. I giornali cartacei uscivano ancora due volte al giorno, le donne erano ancora estromesse dalle cariche più importanti, la guerra del Vietnam era ancora in corso. È in questo contesto che si ambienta The Post, per raccontare un evento cruciale legato alla libertà di stampa americana.

Ma partiamo dall’inizio, da quando l’economista ex-militare Daniel Ellsberg fotocopia i Quaderni del Pentagono, un rapporto top secret sulla guerra in Vietnam che coinvolge ben quattro presidenti e rivela chiaramente che la guerra non poteva essere vinta. È il New York Post a pubblicare i primi stralci di quel rapporto, scatenando un’ondata di malcontento e proteste che non può non suscitare l’immediata reazione del governo Nixon: il giornale riceve infatti l’ingiunzione di sospendere per un tempo limitato la pubblicazione, pena l’oltraggio alla corte. Eppure i Quaderni sono ancora lì, pieni fino all’orlo di informazioni essenziali che aspettano di essere divulgate.

Ed è qui che entra in scena il Washington Post, vero protagonista del film. All’epoca in crisi finanziaria, era diretto da Katharine Meyer Graham (Meryl Streep), che dopo il suicidio del marito ne era diventata l’editrice, raccogliendo l’eredità di famiglia. Non appena il NYP riceve l’ingiunzione, il coraggioso redattore capo Ben Bradlee (Tom Hanks) cerca in tutti i modi di rintracciare i Quaderni del Pentagono per proseguirne la divulgazione. Ma pubblicarli potrebbe avere un costo: per il Washington Post potrebbe significare la chiusura, per Katharine e Ben addirittura la prigione.

I due si trovano dunque di fronte al classico dilemma se mettere davanti la libertà di stampa e l’etica professionale oppure la propria carriera e la propria libertà. Un dilemma già ampiamente esplorato dal mondo del cinema, a cominciare dall’affine Tutti gli uomini del presidente (1976) fino al più recente Caso Spotlight (2015). Con il risultato che il film risulta come un unico grande déjà vu.

Mettiamo dentro un governo minaccioso – e qui diciamo pure che le scene di Nixon che parla al telefono, spiato da una finestra della Casa Bianca, hanno un tono parodico che stona con le tinte drammatiche del film –, mettiamo un redattore testardo e determinato a difendere la democrazia, mettiamo anche una donna dell’alta società piena di amici coinvolti dello scandalo che avrebbe tutto da perdere, poi aggiungiamo diverbi, spionaggio e suspense. Mescoliamo. Non vi ricorda qualcosa? Se anche non fosse storia, il film resta prevedibile, dall’inizio alla fine.

Certo, Spielberg ha abbandonato la produzione di un altro film (The Kidnapping of Edgardo Mortara) per girare The Post, mosso dai recenti fatti di cronaca americana, in particolare dai movimenti neo-femministi come #metoo e dal complesso rapporto tra Donald Trump e la stampa. È vero infatti che il tema della libertà di stampa, della democrazia contro i poteri forti e della discriminazione femminile sono attuali, oggi come allora. È vero anche che il film suona come un ammonimento all’élite americana, esortata a non lasciarsi assorbire da salotti e amicizie convenienti, ma ad agire in nome della libertà e della giustizia. Ed è vero che repetita iuvant. Ma questo non basta a rendere The Post un film spettacolare. E se vincerà l’Oscar sarà solo per mandare un messaggio forte e chiaro al presidente Trump.

Sotto tono anche l’interpretazione dei due attori protagonisti. Tom Hanks ci ha troppo abituato ai suoi personaggi “buoni e saggi” per rendere credibile il redattore agguerrito e inflessibile. E Meryl Streep dal canto suo non brilla nella parte della svampita, che passa l’intero film a essere in balia degli uomini e poi, improvvisamente, si sveglia e dice “facciamolo”. Il doppiaggio italiano certamente non la aiuta, ma nonostante ciò non raggiunge l’intensità emotiva e drammatica che l’hanno sempre contraddistinta. Quelle che dovrebbero essere delle litigate feroci, tra di loro, risultano ovattate, spente, imbalsamate, come i salotti che frequentano.

Encomiabile il tentativo di mettere a sistema la questione femminile, ricordandoci che nei vicini anni Settanta le donne erano ancora considerate invisibili, quanto meno nel mondo professionale. Ma anche qui il messaggio sembra più forzato che trasmesso con fluidità. Le molte scene di massa – la sola Kay circondata da uomini, le segretarie fuori e gli uomini dentro, le donne sulla scalinata del tribunale che accolgono Kay dopo il processo – sono esteticamente belle e impattanti, ma risultano forzate (in gergo diremmo on the nose). Buffo anche il personaggio di Tony Bradlee, la saggia moglie di Ben, che per tutto il film viene ignorata fino all’epifanico consiglio finale. Anche il suo cambio di registro risulta improvviso e inaspettato, come quello di Kay.

Insomma, alla domanda “Vale la pena vedere questo film?io rispondo , perché è molto godibile e attuale e i protagonisti sono pur sempre due grandissimi attori. Ma andate al cinema consapevoli che non vi stupirà, che non vi commuoverà, che vi darà giusto degli spunti di riflessione da mettere in tavola a una cena tra amici.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".