The shape of water

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Guillermo Del Toro vince il Leone d’Oro e torna nelle sale con una fiaba gotica da sogno

Da pochi giorni si è conclusa la Mostra internazionale d’Arte Cinematografica, tenutasi al Lido di Venezia tra il 30 agosto e il 9 settembre. Giunto alla sua 74° edizione questo festival si farà ricordare per il comune e al quanto insolito consenso di pubblico e critica per le pellicole proposte dalla Biennale di Venezia. Dopo la vittoria nell’edizione precedente del film filippino The woman who left di Lav Diaz, girato in bianco e nero e della durata di circa quattro ore, possiamo ritenerci soddisfatti (e sollevati) per la vittoria di The shape of water, ultimo magistrale lavoro di Guillermo Del Toro. Dopo un paio d’anni di assenza dagli schermi, di rifiuti e progetti abbandonati, il regista messicano torna nelle sale mettendo in scena il suo sogno nel cassetto e aggiudicandosi il Leone D’Oro, uno tra i premi più prestigiosi nel mondo del cinema.

La trama del film è in realtà molto semplice, quasi banale. Ci troviamo nell’America del 1962, in piena Guerra Fredda, sotto la guida del presidente Kennedy. Elisa Esposito (Sally Hawkins), una ragazza sola e affetta da mutismo, lavora come donna delle pulizie in un laboratorio governativo di Baltimora dove trova una strana creatura anfibia (Doug Jones) incatenata all’interno di una cisterna. Elisa, spinta dalla curiosità e dalla solitudine, inizia a comunicare con il mostro dalla pelle squamata ma dalle sembianze umanoidi. Questa relazione viene però osteggiata dal crudele colonnello Strickland (Michael Shannon), classico uomo bianco americano di successo, che dopo essere stato aggredito dal mostro ne ordina l’uccisione. Aiutata dalla collega Zelda (Octavia Spencer), la tipica sassy black woman, e dal dirimpettaio Giles (Richard Jenkins) signore attempato e omosessuale, Elisa cercherà di salvare la creatura.

Qui sta la bravura di Del Toro: nel trasformare una semplice storia alla Bella e la Bestia o alla E.T. in una straordinaria fiaba gotica, poesia e romanticismo intarsiati di thriller. Il film inizia proprio come una fiaba: vediamo un appartamento completamente allagato, con i mobili fluttuanti nelle stanze a creare un’immagine onirica e sentiamo una voce vellutata fuori campo che ci introduce nelle vicende di una «princess without voice». La fotografia di Dan Lausten ci tiene sospesi in quest’aura immaginifica con i suoi colori dai toni ipersaturi e intensi. Le note della colonna sonora del grande Alexander Desplat ci cullano per tutta la durata della pellicola, intervallate da famose canzoni di vecchi musical e cabaret trasmessi alla tv. La musica e il cinema si rivelano tasselli fondamentali per la riuscita di questo film: come accaduto infatti nel recente La La Land, i musical del passato servono per parlare e mostrare sentimenti che oggi sembrano inaccessibili e inspiegabili, un bel sogno nostalgico. Le parole d’amore cantate dalle grandi attrici del cinema sono le uniche parole di cui Elisa dispone, l’unico modo per comunicare con il suo amato. Minimo è l’uso di effetti speciali: il mostro infatti è quasi interamente frutto delle abile mani di truccatori e costumisti, e nondimeno dell’importante presenza scenica di Doug Jones, che per il regista messicano ha già impersonato altre creature fantastiche come in Hellboy e ne Il labirinto del fauno.

Solo un attore in carne ossa – secondo Del Toro – può suscitare emozioni a cui reagire.

Straordinaria, commovente ed emozionante l’interpretazione di Sally Hawkins che veste a pennello i panni di Elisa. Lineamenti dolci ed espressioni decise, accompagnato dal linguaggio dei segni, bastano per farsi amare dal mostro e dal pubblico.

Elisa non è assolutamente una principessa Disney, questo è messo in chiaro fin da subito dal regista: temi importanti nella pellicola sono infatti l’erotismo e la sessualità. Non esiste più il mito della purezza assoluta e nemmeno il sesso e la masturbazione sono considerabili peccaminosi e perversi; rientrano nella quotidianità della vita umana, nella naturalità e pienezza di una storia d’amore. L’amore di cui parla The shape of water ha la forza travolgente di un fiume in piena. Con le parole di Del Toro:

L’acqua prende la forma di tutto ciò che la contiene in quel momento e, anche se l’acqua può essere così delicata, resta anche la forza più potente e malleabile dell’universo. Vale anche per l’amore, non è vero? Non importa verso cosa lo rivolgiamo, l’amore resta sé stesso sia verso un uomo, una donna o una creatura.

The shape of water è anche un film politico, una critica nascosta al neoeletto presidente Trump. La politica americana è tornata a uno stato di ansia e incertezza, ritiene Del Toro:

Il pendolo è oscillato indietro di trent’anni nell’ultimo anno e mezzo. È davvero, davvero fastidioso che tante cose terribili possano essere manifestate.

Attraverso la sua gang di personaggi stereotipati, Del Toro cerca di combattere ogni tipo di discriminazione sia verso la disabilità sia raziale sia sessuale. Il film vuole difendere il diverso e anzi, mostrare come anche un mostro, una creatura che con gli uomini non ha nulla in comune, né l’aspetto, né il modo di comunicare, né la presunta intelligenza e sensibilità, sia capace di amore ed empatia. Elisa e la creatura accettano la diversità l’uno dell’altro, si amano proprio per queste differenze e imperfezioni. È un film che parla della potenza del linguaggio che abbatte ogni barriera; della diversità e ricchezza di ogni forma di linguaggio.

Con The shape of water Guillermo Del Toro raggiunge il vertice della sua carriera facendo quello che all’uomo viene più naturale: raccontare la vita, la storia, la natura attraverso il sovrannaturale, il sogno e il mito per rendere più comprensibili e accettabili le grandi domande e le grandi speranze dell’uomo. Una «fairy tale for grownups».

Articolo di Martina Raule

Studio filosofia all'Università di Padova. Adoro leggere, scrivere, viaggiare, Kant, ma solo due volte mi sono davvero innamorata: la prima, quando sono salita su un palcoscenico per il primo spettacolo e ho deciso che avrei trascorso la mia vita in un teatro; la seconda, quando ho messo piede al festival del cinema di Venezia. Amo lasciarmi emozionare e turbare da quello che vedo, amo cercare il senso delle cose, delle azioni, delle parole. Come diceva De Filippo: "Il Teatro (e il Cinema, aggiungo io) non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dar un senso alla vita".