The Sun: tra i raggi del rock

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Scalare la montagna del rock, in Italia, non è mai semplice. I gradi di difficoltà sono elevati, tante le insidie. Si rischia spesso di precipitare e di farsi male. D’altra parte, è la più impervia, messa lì tra la catena montuosa dove svettano le più facili cime del pop, della musica leggera e persino dell’hip hop. Una faticaccia provare ad arrampicarsi, figurarsi raggiungere la punta.

Eppure, c’è ancora chi ci prova a scalarla questa montagna, armato di entusiasmo, spirito d’avventura e tanta voglia di suonare. Come The Sun, rock band vicentina composta da Francesco Lorenzi (voce, chitarra), Gianluca Menegozzo (chitarra), Matteo Reghelin (basso) e Riccardo Rossi (batteria).

Il gruppo è in azione dal 1997, quando compare nei circuiti del sottobosco musicale italiano con il nome di Sun Eats Hours. Fa un hard punk rock senza tanti sconti, veloce e potente, e non passa inosservato. Durante il loro cammino, i quattro accorciano il nome della band in The Sun e affinano il sound, posizionandolo sulle frequenze di un rock energico, ma dalle efficaci linee melodiche.
Intanto conquistano visibilità: oltre 300 esibizioni in Italia e all’estero, l’apertura dei concerti di gruppi famosi come Offspring, The Cure, Muse e nel 2008 il premio al M.E.I. (l’importante festival delle etichette indipendenti) come “miglior punk rock band italiana nel mondo”.

Tanto “rumore” intorno a loro porta finalmente The Sun alla firma di un contratto discografico per una major, diventato oggi concretamente un cd intitolato Spiriti del sole. L’album contiene dodici brani scritti tutti da Francesco Lorenzi, cuciti con il filo del rock e della melodia, grintosi e immediati senza essere mai scontati. Come i testi, importanti, che affrontano temi etici e riflessivi, basati sulle proprie esperienze e osservazioni personali.
E proprio con Francesco abbiamo parlato di questa avventura… solare, che ha visto The Sun protagonisti per tutta l’estate con tanti concerti.

In un panorama musicale occupato negli ultimi anni dai talent show, quanto coraggio ci vuole per andare avanti facendo rock?
Non c’è dubbio che oggi il mercato è in buona parte ostaggio dei talent televisivi e se in passato per una band era difficile emergere, ora le difficoltà sono decisamente aumentate. Noi abbiamo la fortuna di appartenere alla “vecchia”, genuina scuola di fare musica sul campo che, unita alla forte passione di suonare a prescindere dai risultati, ci ha fatto superare parecchi ostacoli e indotti a non gettare mai la spugna.

Qual è stata la benzina che ha alimentato la vostra passione?
Senza dubbio il riscontro che abbiamo raccolto dal pubblico durante il nostro cammino. In Italia e all’estero, per fortuna, c’è un sottobosco che vive al di là del solito circuito mediatico e gli apprezzamenti ricevuti da tante persone per quanto stavamo facendo ha rafforzato le nostre convinzioni.

Siete quindi riusciti a “vivere” di rock?
A sopravvivere. Tutti noi, in questi anni, per tenere in piedi il gruppo abbiamo fatto altri lavoretti, dal magazziniere al barista al grafico. Però ci ha fatto scuola, ci è servito per cementare di più la nostra amicizia, per guardarci dentro e chiederci, nei momenti di difficoltà, se quella era la strada giusta da seguire.

Cosa ha acceso in voi la scintilla della musica?
Come tanti, l’ascolto da ragazzini di vari gruppi punk rock, in particolare americani. Sprigionavano un’energia che colpiva al cuore ed esprimevano un senso di libertà in cui tanti giovani si riconoscevano. Oggi, forse, le cose sono un po’ cambiate, tuttavia il rock penso smuova sempre qualcosa.

Negli anni, è cambiato anche il vostro sound. Come si è sviluppato questo processo?
All’inizio, suggestionati appunto dal punk rock, siamo partiti a razzo: tanta velocità e potenza. Con il tempo, diversificando gli ascolti e le esperienze, abbiamo modificato le ritmiche e gli arrangiamenti. È scaturito un suono più compatto e curato, senza per questo perdere in immediatezza ed energia.

C’è sempre una particolare attenzione alle melodie.
È un fattore decisivo per le nostre canzoni. Anche in passato, quando scrivevamo in modo più grezzo, doveva emergere una precisa linea melodica. Senza quella, non può esserci il pezzo, anche se viene vestito, come nel nostro caso, con il rock.

In quale modo nascono le vostre canzoni?
Di solito la prima stesura nasce a casa sulla chitarra acustica, a cui faccio seguire un primo abbozzo di arrangiamento. Il brano, quindi, viene sviluppato con la band in sala prove e infine si passa in studio d’incisione. Insomma, prima di arrivare al disco, la canzone viene “testata” parecchie volte e se non ci convince, l’abbandoniamo.

Molta attenzione è data anche ai testi, mai banali, che vi distingue da altre giovani formazioni rock.
In effetti, è abbastanza insolito trovare in Italia, in ambito giovanile, tematiche di un certo peso. Ci è però naturale affrontare determinati argomenti che riguardano i valori etici o la complessità della società moderna interfacciati con le esperienze personali.

Tu scrivi tutti i pezzi. Perché non si deve pensare a un cantautore accompagnato da una band?
Senza le dinamiche del gruppo, un brano non avrebbe quella fisionomia che poi si ascolta su disco. Ogni componente ha una sua spiccata personalità, che emerge ancora di più nei concerti, e influisce tantissimo sul sound delle canzoni. Gli altri si sono affidati a me per la composizione iniziale, ma ci sono mille interazioni, dall’amicizia alla fiducia, che fanno di noi una band.

Vi chiamate The Sun, avete intitolato il cd Spiriti del sole. È una luce positiva quella che proiettate?
Senza dubbio. In questi anni, tutti noi abbiamo abbracciato con gioia le varie situazioni della vita, anche quando sembravano non andare benissimo. Il titolo dell’album è una specie di manifesto del nostro modo di essere: vogliamo essere energia o semplicemente un “tramite” verso quei valori positivi che abbiamo tutti.

 

Cogitoetvolo