There is lambswool under my naked feet

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The Carpet Crawlers è la canzone del mio essere. Non so bene come sia successo, né come io abbia fatto a capirlo, ma è questo il ruolo che per me riveste. Un giorno l’ho ascoltata e mi ha smosso qualcosa dentro: la mia anima ha cominciato a girarle attorno e a esaminarla con minuzia scientifica, attratta e incuriosita da ogni dettaglio, da ogni nicchia. Cordiali, l’anima e la canzone si sono salutate con un rispettoso inchino, spiandosi tra i veli della loro diffidenza, e a poco a poco hanno imparato a conoscersi. E l’inchino si è trasformato in un frenetico girotondo, dove le due essenze vorticavano scomposte in un luna park di luci e colori, fino a fondersi in un eterno abbraccio, note e ricordi, parole e emozioni.

E così, condotta per mano da Rael, il teppista newyorkese protagonista del concept album che nel 1974 la mente geniale di Gabriel partorì come Zeus fece con Atena, mi perdo in un dolceamaro oblio. The Lamb lies down on Broadway, il primo doppio pubblicato da Genesis, è senza dubbio qualcosa di inaudito e impensato: il leader del gruppo, Peter Gabriel appunto, decise di creare un concept album basato su un racconto. La storia di Rael, di per sé, presenta caratteri onirici e poco verosimili: dopo essersi imbattuto in un agnello sulla strada per Broadway e essersi scontrato contro un gigantesco schermo calato dall’alto, è trasportato in un mondo sotterraneo dove vive diverse avventure. Giunti al pezzo numero 10, The Carpet crawlers appunto, si è accolti dalla voce calda e seducente del cantante e dalla psichedelica dodici corde. In un climax musicale ascendente, ottenuto con la sapiente aggiunta graduale degli strumenti, si è introdotti nel lungo tunnel che Rael è costretto ad attraversare per giungere alla porta lignea, facendosi strada tra corpi martoriati e avvinghiati sul pavimento, membra moventi ma prive di una dignità umana. E’ lui l’unico a poter camminare in posizione eretta tra quei dannati, quasi un novello Dante, che, però, si trova ad avere a che fare con dei corpi più che con delle anime. Nell’oscurità mistica che avvolge la scena, il fuoco rischiara i volti tumefatti, tutti rivolti nella stessa direzione, attratti dalla porta ubicata al termine del tunnel come metalli da un magnete.

Persa in un mondo parallelo, è difficile distinguere la gioia dalla tristezza, la rabbia dalla malinconia: una canzone su cui ballare, ma anche piangere, urlare, correre. Nell’infinito della psiche, perdo perfino la cognizione del tempo e dello spazio, ma ritrovo me stessa. E così, nelle giornate uggiose di autunno, nelle vuote serate d’inverno, nelle verdi mattine di primavera e nei pomeriggi assolati d’estate, nulla cambia. E nei momenti di gioia infinita o di confusione totale, ma soprattutto in quelli di smarrimento assoluto, qualcosa mi permette di ritrovare la strada verso la vera me: sono sufficienti 5 minuti e 15 secondi di pura magia. Riconciliarsi con sé stessi e con chi ci circonda: si può chiedere di più a una canzone?

The Carpet crawlers è nell’intensità di ogni emozione che provo, negli occhi della mia migliore amica, nella complessità di un sogno che non si dimentica, nella certezza che esista qualcosa al mondo che non cambierà mai, nella speranza che degli zefiri spirino via le nuvolaglie dal cielo della nostra vita.

Articolo scritto da Claudia Granaldi

Cogitoetvolo