This must be the place

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Un film di Paolo Sorrentino. con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Judd Hirsch. Sceneggiatura di Paolo Sorrentino e Umberto Contarell; Prodotto da Francesca Cime e Nicola Giuliano per Indigo Film; 118′; Francia, Italia, Irlanda 2011.

Cheyenne è stato una rockstar nel passato. Ormai sono passati molti anni, ma lui si veste e si trucca ancora come quando saliva sul palcoscenico e vive agiatamente, grazie alle royalties, con la moglie Jane a Dublino. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Scopre così che l’uomo aveva un’ossessione: vendicarsi per un’umiliazione subita in campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti.

Acclamato dalla critica nell’ultima edizione di Cannes, distribuito massicciamente in Italia in 300 copie da Medusa, chiaccherato e discusso in tutti i quotidiani e le riviste, il primo film americano del regista napoletano Paolo Sorrentino (Le conseguenze dell’amore; Il divo) esce nelle sale con un carico di aspettative tale che solitamente rovinerebbe la sorpresa. E invece questo film stupisce e appassiona.

“Home is where I want to be” sono le parole con cui comincia la canzone dei Talking Heads da cui prende il nome e con cui nasce l’idea di questa pellicola. La colonna sonora, scritta da David Byrne, fondatore dei Talking Heads, insieme al cantautore americano Will Oldham, svolge fin dal primo momento un ruolo centrale nella narrazione della storia di Cheyenne, che si articola in un montaggio spezzato che ricorda quasi lo scorrere di una playlist. I momenti cruciali del film, inoltre, sono accompagnati da canzoni che li evidenziano e aiutano lo spettatore a immedesimarsi nello stato d’animo del protagonista, come se Sorrentino volesse dirci che alcuni momenti della nostra vita possono essere ben rappresentati da una canzone. This must be the place è un film su un’ex rockstar, con la musica al centro eppure nessuno si sognerebbe di chiamarlo un film sulla musica. Non è neanche un film sull’Olocausto, sebbene questa ferita ancora aperta faccia da sfondo alla vicenda, ma è un vero e proprio Bildungsroman, una storia di formazione. Cheyenne, nonostante la sua età ormai avanzata e il suo look trasgressivo ispirato a Roberth Smith, voce dei The Cure, è un personaggio che risulta straordinariamente vicino al pubblico, specialmente giovanile, forse più sensibile alla fragilità adolescenziale del protagonista. Il merito della riuscita di Cheyenne va in gran parte attribuito a un’interpretazione straordinaria di Sean Penn.

L’attore americano nel ruolo della rockstar, la cui immagine ha scioccato, incuriosito e sconcertato, recita con una voce e una cadenza particolare per mostrare tutta la debolezza e la fragilità di un uomo non ancora divenuto tale. Cheyenne è un ragazzino di 14 anni nei panni di un signore di mezza età, che indossa una maschera che lo fa sentire accettato dai suoi fan, ma nella quale non si riconosce più da tempo. È interessante notare che a guidare quest’uomo immaturo nel suo percorso di crescita saranno paradossalmente proprio dei ragazzi: la sua unica vera amica Mary (Eve Hewson, figlia di Bono), il giovane cantante dei Pieces of shits che regala a Cheyenne il cd che lo accompagnerà per tutto il viaggio e infine Rachael e il suo bambino, il cui incontro metterà Cheyenne radicalmente in discussione.

Il momento della svolta è dato dalla morte del padre, con cui non parlava da 30 anni. Cheyenne lascia sua moglie (una bravissima Frances McDormand) e la sua dimora a Dublino per raggiungere la casa paterna negli USA. Proprio l’assenza del padre è uno dei temi su cui si sviluppa la storia e la psicologia del personaggio («He didn’t love me»); questa parte del passato di Cheyenne è una zona oscura – un mostro che abita la sua anima – che il protagonista si trasporta faticosamente dietro prima in un carrello della spesa e poi in una valigia di un trolley. Infatti, una volta seppellito il padre, inizia un viaggio on the road lungo tutto l’America alla ricerca del carnefice nazista del padre ad Aushwitz; un viaggio in cui come Telemaco, il protagonista, attraverso la ricerca di suo padre e delle sue radici, cerca sé stesso. «Are you looking for yourself?» «I’m in New Mexico, not in India.».

La leggera ironia del personaggio, segno di una profonda umanità, ci trascina in questa Odissea attraverso gli immensi spazi dell’America dove il cupo compositore di «canzoni deprimenti per ragazzi depressi» riscopre il gusto della meraviglia e il senso di liberta, perchè «life is full of beautiful things». Inseguendo la sua preda fino alla fine del mondo, in un deserto di neve, che ricorda a tutti gli appassionati di Sean Penn e non solo l’Alaska di Into the Wild, arriverà a guardare in faccia i mostri del suo passato al di là della maschera con cui si protegge e fare i conti con le proprie scelte. Quelle che determinano chi vogliamo essere veramente.

Calvino scrisse che “per noi, ogni nostro viaggio, piccolo o grande, è sempre Odissea.” e anche Cheyenne, come Telemaco, si mette in viaggio alla ricerca di un p(P)adre, di cui riconoscersi figlio, e scopre che in questo è racchiuso il segreto della maturità e, come Ulisse, parte per tornare a casa, dai suoi cari, e scopre che in questo è racchiuso il segreto della vita.

 

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Studio Lettere Classiche a Milano, ma non spaventatevi perchè scrivo in Italiano. Anzi penso che proprio nei grandi classici che ci hanno tramandato i Greci e i Romani si possano trovare delle chiavi per vivere più a fondo il nostro presente. Quando non non sto con le persone a cui voglio bene e non sto traducendo, mi piace guardare film. Se sbirciate nel sito, potete trovare qualche mia recensione. PS Il mio film preferito, anche se è stato doloroso sceglierlo, è ‘Into the wild’.

  • Elisa Bonaventura

    Ho fatto passare quasi un anno prima di avere la possibilità di vedere questo meraviglioso film.
    Che dire? E’ un film d’autore, magari un po’ contorto… Ma non ci sono parole per descrivere l’eccellente performance di Sean Penn.
    Qualcuno ha scritto che, oggi, Robert Smith è il fantasma di se stesso, rimasto immobile nel successo di vent’anni fa. Cheyenne è identico a questo straordinario cantante non solo nell’aspetto esteriore, ma anche nel modo di affrontare la venuta meno della fama.
    E’ poi un film sulla depressione, sulle paure della vecchiaia, della morte e sulla possibilità di superarle, di ritrovare veramente se stessi sotto una maschera di trucco.
    Inutile aggiungere che in Cheyenne ho visto un po’ me stessa, ed è stato davvero emozionante.
    Uno di quei film che ti lasciano un segno profondo nell’anima… Da vedere assolutamente!

  • Jessica C.

    Guardato stasera: ho faticato non poco a vederlo ma devo dire che la fatica non è stata vana, anzi per niente. Sean Penn è stato straordinario con un personaggio malinconico che sente il peso del rapporto conflittuale con il padre, con la paura della morte e della depressione, nonostante “il trucco” e la visione del mondo sincera e pulita come quella dei bambini. La fotografia, dai posti assolati delle strade americane fino alla neve dello “scontro” finale mi hanno molto colpita. Insomma un film che non piacerà a tutti ma che sicuramente stupirà per come ha affrontato dei temi in cui il rischio di deludere era molto alto (il tema della crescita interiore e del viaggio sono stati stra-usati nel cinema)…E bravo Sorrentino!! =)