Ti ricordi di me?

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Un film di Rolando Ravello, per la sceneggiatura di Paolo Genovese, Edoardo Falcone, Rolando Ravello ed Edoardo Leo. Con Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Ennio Fantastichini, Paolo Calabresi, Susy Laude. Produzione: Lotus Production con Rai Cinema. Distribuzione: 01 Distribution. Paese: Italia. Anno: 2014. Durata: 91 minuti. Genere: commedia. Uscita: 3 aprile 2014. Target: 14+.

 Lui è cleptomane, lei narcolettica. Si incontrano dalla psicoterapeuta che li ha in cura.  Sarà amore (quasi) a prima vista.

L’amore può essere sordo, cieco, semplicemente sbadato, spesso ottuso, difficile da gestire, distante. Ma cosa succede se è anche smemorato perché uno dei due soffre di fortissime amnesie che azzerano ogni elemento presente in quell’immenso database che è la nostra memoria? E, quindi, cosa accade quando basta una potente emozione per cancellare i ricordi, e con essi tutto quello che custodiamo nel cuore? L’amore è un sentimento già complesso di per sé, se poi è anche soggetto a perdere ogni traccia di ricordo rischia di sgretolarsi nel marasma di un’instabilità senza ritorno e senza rimedio. Eppure, l’amore di Bea (Ambra Angiolini) e Robi (Edoardo Leo) resiste.

E’ sbadato, svampito, precario e instabile, ma resiste e si rinnova, perché ogni volta che Bea cade a terra battendo la testa dopo una fortissima emozione, dimentica tutto ciò che la sua memoria aveva accumulato nel corso degli anni. E così Roberto, tutte le volte che questo accade, è costretto a indietreggiare insieme a lei, a cadere anche lui, per poter risollevare da terra la sua Beatrice e chiederle di nuovo “Ti ricordi di me?”.

Ma facciamo un passo indietro. Sin dalla scena iniziale – una scuola elementare affollata di bambini tra cui si trovano anche i nostri protagonisti –  lo spettatore intuisce che Beatrice e Roberto da grandi si rincontreranno (anche se ignorano tutto ciò perché forse non si sono ancora mai veramente incontrati). Il loro è un amore che nasce a fatica grazie alla tenacia di lui e all’attraente sbadataggine di lei, molti anni dopo, quando i due si incontrano per caso dalla psicoterapeuta presso cui sono in analisi per curare la narcolessia lei, la cleptomania lui. Ma Beatrice, oltre ad essere narcolettica soffre anche di forti amnesie cui è soggetta da sempre o forse dal il terribile incidente che le fece perdere i suoi genitori quando era ancora una bambina.

Per questi motivi per Roberto, che a prima vista si innamora di lei, le cose si complicano perché Bea può cadere a terra e dimenticare ogni cosa del suo passato tutte le volte che le capiti di vivere una forte emozione. Proprio come Dante che alla vista di Beatrice nella Vita Nova sviene perché non resiste davanti a quell’angelo sceso di cielo in terra a miracol mostrare. E in fondo, sebbene con profonde differenze, anche in questa commedia romantica dai toni fiabeschi, ispirata alla pièce teatrale di Massimiliano Bruno, la protagonista sviene tramortita dalle emozioni, che, assieme ai ricordi, sono le due facce di una stessa medaglia che non sempre luccica, perché è difficile custodire qualcosa che è tanto sfuggente quanto evanescente. Ma emozioni e ricordi convivono all’interno di questo film, anzi, ne sono il motore, proprio come accade all’interno della vita, che è un susseguirsi di sentimenti e reminiscenze, senza le quali smarriamo irrimediabilmente la bussola.

Fortunatamente, però, a salvare Beatrice ogniqualvolta perde la memoria con tutti i ricordi che ha accumulato negli anni (e non è ozioso notare il senso di smarrimento sentimentale che prova tutte le volte che l’oblio subentra, perché ricordare da recordor è tenere nel cuore prima ancora che nella mente) è il grande libro rosso, in cui appunta ogni cosa, dagli avvenimenti più importanti a quelli più banali, come se una memoria esterna possa aiutarla a salvare ciò che non dovrebbe mai cadere nel più profondo oblio.

Nonostante a volte la sceneggiatura subisca delle battute d’arresto diventando un po’ lenta, forse perché i tempi teatrali sono ben altra cosa di quelli filmici, e nonostante spesso si abbia quasi la sensazione che la fiaba stia per prendere il posto della realtà – è un caso che proprio il cleptomane Roberto è scrittore di fiabe rivisitate sui generis, caratterizzate da un lieto fine piuttosto amaro? -,   il film è pieno di riflessioni che mai trascendono nella banalità.

Perché, se da un lato l’amore di Bea e Robi sembra poter vincere tutto, anche i disturbi più invalidanti, quello del cugino di lui e della sua compagna sembra essere l’esatto opposto per quell’asfissia da rapporto consolidato e stabile di cui lui risente (ma di cui poi si pente). Questo accade perché forse proprio Bea e Robi insegnano che più l’amore si barcamena nella obliosa precarietà della vita, più riesce a vincere quelle difficoltà che paiono ineliminabili, parziali o totali che siano.

E, infatti, nonostante anche lo spettatore, insieme a Roberto, abbia ormai perso le speranze sul destino di Beatrice, gli ultimi venti minuti del film sono capaci di regalare quel senso di trepidante attesa, con Roberto che corre ancora una volta da lei per salvarla e portarla di nuovo nel suo castello sul suo cavallo bianco.Con una scrittura mai banale e molto semplice, Ravello racconta una fiaba dei nostri tempi, dal sapore armonico e comico ma a tratti anche amaro, proprio come sono le fiabe che viviamo noi ogni giorno, fatte di incontri, scontri, muri da scalare, ambizioni da raggiungere, sogni che vogliono uscire prepotentemente dai cassetti in cui sono stati riposti. Una fiaba, di quelle che ci fanno tornare indietro nel tempo a quando eravamo bambini, lasciandoci però adulti, saldamente ancorati alla realtà in cui viviamo.

Amo leggere, affidare i miei pensieri alla scrittura e viaggiare per scoprire la bellezza di tutto ciò che mi circonda. I classici latini e greci sono la mia più grande passione - e di questi ho fatto la mia ragione di vita -, insieme all'arte e alla pittura.