Tibet: alle origini della protesta / 1

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Che cosa succede in Tibet? E perché succede quello che da diverse settimane ci viene mostrato in TV?
Ce lo chiediamo in molti ma forse non ne conosciamo il vero motivo, un po’ perché abbiamo poco tempo per approfondire, un po’ perché i giornalisti si limitano spesso a farci vedere solo immagini che colpiscano lo spettatore.
Ma noi vogliamo saperne di più e allora proviamo a farlo con questo articolo tratto dal numero di aprile 2008 di Dimensioni Nuove, a cura di Claudio Facchetti.

L’articolo è solo una parte, la versione integrale la si può trovare sul sito della rivista.

 

(…)
Il pugno rosso
Grande come l’Europa, il Tibet ha sempre fatto gola alla Cina per la sua strategica posizione geo-politica. Si trova ai confini con l’India e l’Asia Centrale, dal suo territorio sgorgano le vitali sorgenti d’acqua dei maggiori fiumi del continente (lo Yangtze, il Fiume Giallo, il Mekong, l’Indo, il Brahmaputra) e custodisce giacimenti di minerali preziosi come oro e uranio. Lo capisce subito Mao Zedong che, appena un anno dopo la conquista del potere, nel 1950 scatena l’Esercito di Liberazione Popolare, che invade la regione all’ombra dell’Himalaya arrivando fino alla capitale, Lhasa.

I cinesi hanno vita facile nell’occupazione. Di fronte, si trovano un popolo numericamente ridotto (6 milioni di abitanti), militarmente “disarmato” (8.000 soldati tibetani contro 40.000 cinesi), sostanzialmente mite, costituito da pastori, montanari e monaci.

dalai_lama.jpgÈ una società, difatti, in cui la religione, il buddismo, ha un’importanza centrale. Seguita praticamente da tutti gli abitanti, con monasteri sparsi nell’intero territorio, ha in Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, la sua suprema guida spirituale e politica, riconosciuta dai tibetani. È infatti lo stesso Dalai, allora adolescente, che cerca all’inizio una mediazione con Mao affinché il suo popolo e la sua cultura millenaria non vengano brutalmente cancellati. Sono tentativi inutili. L’esercito cinese opera arresti e repressioni di massa, tanto che nel 1959 il Dalai, in pericolo di vita, lascia il Tibet e fugge avventurosamente in esilio in India. Troverà ospitalità a Dharamsala, insieme a migliaia di profughi, dove stabilisce il suo quartiere generale intorno alla “nuova” comunità tibetana.

Aumenta la repressione
L’occupazione cinese, intanto, non allenta la sua morsa. Anzi, nel 1965, in piena “Rivoluzione culturale”, si fa più cruenta. Scrive Federico Rampini, corrispondente del quotidiano La Repubblica dall’Oriente e autore di libri di successo, nel suo L’ombra di Mao: «Il fanatismo radicale delle Guardie Rosse aizzate da Mao devasta uno dei più ricchi patrimoni artistici e archeologici dell’umanità. Molto prima dei talebani in Afghanistan o di Pol Pot in Cambogia, i comunisti cinesi decidono di annientare tutto ciò che ricorda la religione: castelli e statue, dipinti e libri antichi vengono distrutti. Dei seimila templi e monasteri censiti prima del 1959, nel 1976, dopo dieci anni di Rivoluzione culturale, non ne resta intatto neanche uno».

Anche il numero dei morti fa tremare i polsi. Oltre un milione di tibetani, monaci e monache compresi, sono uccisi dai militari, un quinto dell’intera popolazione. La terribile tempesta rossa non piega però l’anima tibetana, che resta comunque devota ai principi del buddismo e alla sua guida in esilio, il Dalai Lama, di cui è proibito tenere l’immagine.

tibet.jpgIl popolo prova persino a rialzare la testa nel decennio successivo, con insurrezioni e contestazioni, favorito da un leggero calo di attenzione del regime. Il risultato, alla fine, è l’arrivo di un giovane rampante della nomenclatura di Pechino, Hu Jintao, attuale presidente della Cina, a cui è affidato il compito di mettere ordine nella regione. Nel 1988, Hu istituisce la legge marziale e dà il via a una nuova ondata di sanguinose repressioni.

Saranno le ultime, almeno di così grosse proporzioni. All’orizzonte si fa largo un altro tipo di repressione, più subdola e strisciante, ma non meno devastante della passata…

 

L’articolo continua tra qualche giorno, segui gli aggiornamenti del sito.

 

Saverio Sgroi

Educatore e giornalista, con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo degli adolescenti, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono il "capitano". Ma come tutti i capitani, non potrei nulla senza una grande squadra ;-)