Tibet: alle origini della protesta / 2

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Continuiamo il nostro viaggio per scoprire i motivi della protesta che divampa in Tibet ormai da molte settimane.

Ci eravamo lasciati con il racconto dell’occupazione cinese, avvenuta nel 1950 e proseguita con la repressione ininterrotta di tutto ciò che potesse ricordare la religione buddista, centrale nella cultura tibetana. Il regime di Pechino non risparmia sanguinose repressioni, fino ad adottare una nuova strategia…

Leggiamola nella prosecuzione dell’articolo di Claudio Facchetti, tratto dal numero di aprile 2008 di Dimensioni Nuove.

Ricordiamo che la versione integrale dell’articolo la si può trovare sul sito della rivista.

Per chi volesse invece leggere la prima parte già pubblicata su Cogitoetvolo, ecco il link all’articolo. E adesso eccovi la seconda parte.


Il cambio di rotta voluto da Deng Xiaoping, con l’apertura economica al mercato internazionale, e proseguita con i suoi successori, ha fatto diventare la Cina il colosso che è oggi. Quel cambio, più che in altre regioni lontane da Pechino, ha avuto riflessi significativi anche in Tibet.

Il nuovo corso, difatti, segue due vie che si intersecano fra loro: quella della ricchezza capitalistica e quella della colonizzazione, con una vasta immigrazione di cinesi sotto le cime dell’Himalaya. «La Cina globalizza il Tibet – dice Gabriel Lafitte, esperto di economia tibetana all’università di Melbourne, Australia – . Investimenti stranieri, alta tecnologia, borsa valori, infrastrutture. C’è fretta di integrare non solo il Tibet, ma tutta la metà occidentale del Paese, drenare le sue risorse e fronteggiare un malcontento diffuso delle popolazioni di quelle aree lasciate indietro dallo straordinario sviluppo concentratosi soprattutto a est». Il Tibet, in particolare, offre la possibilità di invertire il flusso di manodopera cinese, finora diretto verso le ricche metropoli ormai ai limiti della sopportazione demografica.

Risorse da sfruttare
Il tetto del mondo, d’altra parte, benché ostico dal punto di vista climatico, è tra i più appetibili. «Il Tibet è stato da sempre considerato uno scrigno di tesori – scrive lo scomparso giornalista e scrittore Tiziano Terzani, che ha vissuto buona parte della sua vita in Oriente – . E i suoi abitanti, prigionieri dei loro tabù e terrorizzati dalle proprie superstizioni, non hanno mai mosso un sasso alla ricerca di minerali, né hanno mai cercato di aprire delle strade pensando che ciò avrebbe reso sterile la terra».

Secondo Robert Thurman, uno dei più autorevoli studiosi del Tibet, grazie alla loro adorazione di tutto ciò che vive, i tibetani hanno preservato il più sofisticato ecosistema della Terra, «un ambiente così fragile che, una volta scomparso, non potrà ritornare mai più». Un angolo di Paradiso, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

lhasa.jpgA Pechino, però, tutto questo poco importa. La svolta “modernista” deve proseguire a spron battuto. Ci sono risorse da sfruttare per soddisfare il bisogno “energivoro” della Cina e che possono dare lavoro a migliaia di cinesi, incentivati a fare le valigie verso Lhasa e ad allentare così le tensioni sociali interne al Paese. Non a caso, il governo ha facilitato le pratiche per la residenza in Tibet e la regione riceve più sussidi che in altre Province.

È un nuovo tipo di “occupazione”, in parte meno violenta di quella militare, ma forse più destabilizzante. L’afflusso di coloni cinesi ha ormai ridotto a minoranza i tibetani e il “miracolo economico” in atto nella regione ha portato loro scarsi benefici.  A Lhasa, specchio del cambiamento, si ricostruiscono interi quartieri, si innalzano grattacieli e si asfaltano strade. «I tibetani – riporta il giornalista Joshua Kurlantzick in un articolo apparso sul mensile Rolling Stone – vengono sospinti ai margini: nei quartieri più recenti non riesco a trovare neppure un negozio di proprietà di un tibetano. Il flusso di contante ha generato crescita e creato prosperità, favorendo però i cinesi».

I coloni, insomma, viaggiano su corsie preferenziali, favoriti dal fatto che i centri di potere sono tutti nelle mani delle autorità di Pechino, che non si sforzano neppure di imparare la lingua del Tibet. È cresciuto così l’impoverimento di tanti tibetani, incapaci di competere con gli immigrati e di inserirsi in un mondo imprenditoriale dominato dai cinesi. Il risultato è l’emarginazione sociale ed economica.

La “modernizzazione”, intanto, apre le porte anche al turismo, che sbarca dagli aerei migliaia di visitatori, cinesi e stranieri, in Tibet. Un numero in aumento con la nuova linea ferroviaria Pechino-Lhasa, che inonda il territorio di 800.000 immigrati e turisti all’anno. Ad accoglierli, nella capitale in trasformazione e sempre più simile alle megalopoli cinesi, hotel di lusso, grandi magazzini, fast food, locali notturni con contorno di prostituzione e di spaccio di droghe, problemi un tempo sconosciuti.

 

Tra pochi giorni verrà pubblicata la terza ed ultima parte dell’articolo. Continua a seguire gli aggiornamenti di Cogitoetvolo.

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.