Tibet: alle origini della protesta / 3

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Completiamo il nostro racconto sull’origine della protesta in Tibet, probabilmente a molti sconosciuta.

Dopo aver letto dell’occupazione maoista negli anni 50, delle repressioni spesso sanguinose ad opera del governo di Pechino nei confronti degli abitanti e anche della cultura tibetana, ci siamo soffermati sulla “colonizzazione” economico/culturale da parte dei cinesi; un tipo di occupazione forse più pesante da sopportare da parte del popolo del Tibet…

 

Leggiamo allora la conclusione dell’articolo di Claudio Facchetti, tratto dal numero di aprile 2008 di Dimensioni Nuove.

Ricordiamo che la versione integrale dell’articolo la si può trovare sul sito della rivista.

Per chi volesse invece leggere la prima parte già pubblicata su Cogitoetvolo, ecco il link alla prima parte e quello alla seconda parte dell’articolo. E adesso eccovi la conclusione.


L’armonia spezzata
A osservare questo mesto panorama, c’è il maestoso Potala, il palazzo sacro più elevato del mondo a 3.800 metri di altitudine. Per 360 anni è stato la dimora dei vari Dalai Lama, di cui ospita le salme. Oggi, restaurato e aperto dalle autorità cinesi che in passato lo avevano chiuso, è meta di continue visite da parte di turisti cinesi e occidentali, ma anche di molti pellegrini locali.

È il segno di una religiosità ancora profonda e diffusa, che resiste nel popolo tibetano nonostante gli sforzi delle autorità cinesi di cambiarla con ogni mezzo. «Un’antica cultura muore – spiega Renata Pisu, giornalista attenta ai problemi dell’Oriente – e si tenta di farla sopravvivere nei suoi aspetti folkloristici, e cioè danze tibetane, maschere tibetane, salmodiare di preghiere, il tutto a uso e consumo di un turismo incolto e vorace».

La Cina, infatti, da circa un decennio, ha cambiato registro nei confronti della religione buddista. Una volta constatato quanto sia difficile estirparla, ha concesso delle aperture, ovviamente a suo modo. Lo spiega bene Joshua Kurlantzick: «Pechino sostituisce sistematicamente i monaci locali più venerati con propri leader fantoccio, torturando e uccidendo coloro che si rifiutano di sommettersi all’autorità cinese». E chi si ostina a pretendere libertà viene messo a tacere con discrezione dalle forze di polizia.

Tra i religiosi che vivono sul filo del rasoio, sempre sotto controllo delle autorità, c’è Nyima Tsering, 38 anni, il vice-abate del tempio buddista Jokhang, uno degli edifici più antichi e sacri di Lhasa. Confessa a Federico Rampini: «Per accumulare denaro si distrugge l’armonia tra gli uomini, e tra gli uomini e la natura. Non ho nulla contro i cinesi che arrivano, se vengono per studiare la nostra cultura. Il buddismo appartiene anche a loro, a tutta l’umanità. Ma vengono per il business, distruggono la natura, questa è una tragedia». E aggiunge: «L’altra delusione della mia vita, dopo essere entrato in monastero, è l’assenza di un maestro. Non si impara bene il buddismo senza un grande maestro. Qui non ce ne sono».

Dialogo e non violenza
l “grande maestro” è chiaramente il Dalai Lama in esilio, che non calpesta la sua terra da 49 anni, ma conosce bene i gravi problemi del Tibet. Sa quanto sia difficile, se non impossibile allo stato attuale delle cose, far cambiare rotta a Pechino. Per questo, da tempo, ha modificato le sue legittime richieste: non chiede più l’indipendenza, ma il riconoscimento di una vera autonomia del suo Paese all’interno della Costituzione della repubblica popolare cinese.

dalai-lama-1.jpgDal 2001, ci sono stati sei incontri tra la delegazione tibetana e il governo cinese che sembravano aprire spiragli positivi. Poi, all’improvviso, nel 2006, il dietro front di Pechino, con l’aumento della repressione in Tibet e l’attuazione di una strategia di denigrazione verso il Dalai. Proprio lui, che ha avuto parole benevoli persino per il “treno del cielo” Pechino-Lhasa: «La mia terra è arretrata. Siamo un grande Paese ricco di risorse naturali ma del tutto sprovvisto di tecnologie o conoscenze per sfruttarle. Perciò se restiamo dentro la Cina potremmo ottenere benefici più grandi, a patto che si rispetti la nostra cultura e il nostro ambiente naturale. La nuova ferrovia, per esempio, è un’ottima cosa, utile allo sviluppo, purché non la usino politicamente».

Come la usino i cinesi, si è visto. E la dichiarazione del Dalai non è piaciuta ad alcune frange più estremiste del Tibet, che sono per la lotta armata. Una soluzione, questa, che la massima guida spirituale tibetana non accetta e di cui non vuole sentire parlare. Anche se i crimini contro i diritti umani continuano nel suo Paese, l’unica via da seguire, per lui, passa attraverso la non violenza e il dialogo. I gesti terroristici, inoltre, offrirebbero a Pechino la scusa per stringere ancora di più la morsa sul suo popolo.

La strada scelta, quindi, è in salita e tortuosa. Se è vero che il “progresso” ha portato un certo diffuso benessere e dei miglioramenti nella società, come fanno intuire le parole del Dalai, è altrettanto vero che questo benessere raggiunge una minima parte dei tibetani. Non solo. La millenaria cultura della regione sta scomparendo, sostituita da “valori” che non appartengono al suo popolo.

I cinesi, per quanti sforzi facciano, per adesso non sono ancora riusciti a farla scomparire. L’immagine del Dalai Lama è proibita e il suo nome non si può dire. Il suo pensiero e la sua fede, però, superano la cornice delle vette himalayane e arrivano ugualmente nel suo Paese. E forse non sono mai andati via dal Tibet e dalla sua gente, perché è difficile cancellare ciò che custodisce l’anima.

 

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.