Toglietemi tutto, ma non la mia privacy

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Toglietemi tutto, ma non la mia privacy. La riservatezza è sacra, intoccabile. Tim Cook, aiutaci tu. In fondo, è tutta una questione di Cookies.

E fu così che Apple si scoprì, suo malgrado, paladina dei diritti umani. Perché potremmo anche rinunciare alle nostre ricchezze, alle nostre passioni, ai nostri desideri, ma non di certo alla nostra privacy. Del resto, noi uomini e donne del terzo millennio, proteggiamo in qualsiasi modo la nostra riservatezza: pubblicando le nostre foto sui social, filmando le nostre imprese dietro ai banchi di scuola, trovando ogni pretesto utile per scattare selfie “in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi”. E condividendo ogni istante della nostra vita, dal più sacro al più banale, con i nostri settemilacinquecentosessantaquatttro amici in giro per il mondo. Anche quegli amici che, nel migliore dei casi, incontriamo una sola volta nell’arco di dieci anni.

Toglietemi tutto, ma non la mia privacy. La riservatezza è sacra, intoccabile. Non possiamo permettere che uno Stato sappia tutto di noi. È una vergogna. Tim Cook, aiutaci tu. Magari chiedi aiuto anche a Facebook e a Google, che vendono i nostri gusti al migliore offerente. In fondo, è tutta una questione di Cookies.

Non è la prima volta che il dibattito pubblico rischia seriamente di rasentare il ridicolo e che, soprattutto, nessuno se ne renda minimamente conto. Il Federal Bureau of Investigation chiede accesso allo smartphone dell’attentatore di San Bernardino, in California. E anche Leonardo, un architetto di Foligno, chiede ad Apple il codice per poter conoscere gli ultimi mesi di vita di suo figlio Dama, adottato dall’Etiopia nel 2007 e morto l’anno scorso dopo una lunga malattia. Istanze negate in nome della riservatezza. Anche chi non c’è più, del resto, ha diritto alla privacy. Sia costui un pazzo fanatico o un ragazzo pieno di vita e di belle speranze.

Tutto normale, direte voi. E invece normale non è. Prima di tutto perché dovremmo essere a conoscenza del fatto di essere costantemente sotto gli occhi del mondo. Non solo perché lo vogliamo noi, ma anche perché nulla (o quasi) impedisce -a chi ne ha gli strumenti- di tracciarci, pedinarci, intercettarci e localizzarci, da vivi, o persino riesumarci da morti. E non è un caso che gli attentatori di Parigi, si dice, abbiano usato un metodo “nuovo”, la chat online sulla Playstation, per pianificare e studiare gli attacchi del 13 novembre.

Chi osanna, oggi, Apple e compagnia bella, non ha probabilmente idea della propria debolezza di fronte al Grande Fratello del sospetto, della curiosità o, semplicemente, del fisco. E vai con un’altra guerra di religione, in cui le multinazionali più potenti di sempre si ergono mediaticamente a protezione dei nostri inviolabili diritti. Fossi un esperto di marketing, consiglierei senza dubbio di perseverare.

E allora, fate un esperimento: provate a cercare il vostro nome su Google, su Yahoo o dove volete. Se non siete capaci di ricostruire la vostra vita e i vostri gusti con pochi, semplici click, vuol dire semplicemente che non siete abbastanza bravi con il pc. Eppure, anche un bambino ci riuscirebbe. Alla faccia della privacy.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.